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Luoghi di prostituzione e luoghi d’uscita: il caso di Torino

Intervista di Elisabetta Mirone a Paolo Botti sulla prostituzione a Torino

Da quanto lavori nel campo del contrasto alla tratta delle donne? Dal 2000

Prima di lavorare per la tua attuale associazione hai avuto altre esperienze in questo campo? Ho fatto accoglienza di donne profughe e vittime di tratta. Come opera la tua associazione? Di quali aspetti vi occupate?
Le nostre attività vanno dall‟attività di strada, all‟accoglienza di chi fugge dalla tratta, a percorsi di formazione linguistica e aiuto materiale alle ex vittime.

Mi parleresti meglio delle unità di strada? Come funzionano? Quanti approcci positivi riuscite a portare a termine? Dove operate? Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?
Sono composte da 4-6 volontari che incontrano le ragazze in strada, specializzandosi sulle nigeriane, proponendo la fuga e aiuto per lasciare gli sfruttatori e/o proposte di formazione e aiuto per lasciare la strada anche in altri modi diversi dalla denuncia delle madame. Operiamo su Torino e la difficoltà maggiore è fornire formazione adeguata alle poche risorse culturali delle vittime. Altra difficoltà è il trovare posti di lavoro per chi cerca di lasciare la strada.

Come funzionano le case di fuga?
Non ce ne occupiamo, se non in casi eccezionali in cui per una ragazza in fuga non si trovi posto nelle case abituali di accoglienza. In tal caso la ospitiamo riducendo al minimo uscite e contatti con l‟esterno per evitare che venga trovata o qualcuno la veda e/o minacci lei o i famigliari.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate nella vostra attività’ (dall‟unità di strada all‟inserimento lavorativo)?
Il lavoro sicuramente, poi la lingua sia per le ragazze aiutate sia per i volontari.

Mi parleresti meglio, in base alla tua esperienza, di come si localizza la prostituzione a Torino?
Quali sono le zone più „calde‟, come le diverse nazionalità si spartiscono il territorio, come evolvono questi fenomeni. NIGERIANE: Mirafiori sud – strada Settimo, Via Ala di Stura, Pellerina, Strada del portone (grugliasco), Albanesi e romene: via Ormea/via giuria, via Sansovino, via ReissRomoli, c.Traiano, C.Svizzera Altre nazionalità sparse a piccolissimi numeri.

Quali sono i caratteri della prostituzione a Torino? Si differenzia da altre città? Se sì come?
A Torino è prevalentemente in strada con solo un 10% al chiuso in appartamenti.
Qual è il quadro legislativo italiano in merito a chi esce dalla tratta? L‟art. 13 della legge 228/2003 e l‟art. 18 del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell‟immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” stabiliscono delle misure di assistenza per coloro che escono dalla tratta, mi spiegheresti un po‟ meglio cosa significano concretamente questi articoli all‟interno del vostro lavoro? Li ritieni efficaci? È sempre possibile metterli in pratica?
Non riesco in breve a spiegarli, l‟essenza è che chi denuncia ha come diritto: PDS, accoglienza, percorsi di formazione e lavoro. Chi non denuncia per gravi motivi ha le stesse agevolazioni, ma la via senza denuncia viene concessa più raramente (varia a seconda delle questure). Oramai entrambi sono meno appetibili per chi deve rischiare una denuncia perché il 90% delle donna ha già un pds o sa di ottenerlo con finte richieste di asilo politico o pds umanitario.

Mi sapresti parlare del ruolo della polizia e delle forze dell‟ordine nel contrasto alla tratta nel contesto torinese? Quali sono i vostri rapporti? Come vi coinvolgono? Come si può arrivare ad un controllo più efficace delle reti dei trafficanti in un futuro prossimo?
Pochi rapporti, solo per le denunce che non facciamo fare noi direttamente. Riteniamo l‟azione della polizia irrisoria forse perché la prostituzione è ritenuta meno importante rispetto a droga e altri crimini. Le denunce sono tante, i processi e arresti pochi.

Esistono grandi differenze nel modo di operare tra la tua associazione e le altre presenti sul territorio? Se sì me ne parleresti meglio?
Gran parte delle associazioni fa la parte sanitaria, per noi c‟è prioritario che conoscano le vie di fuga e di reinserimento, poi manteniamo in contatti nel tempo anche con chi si libera.

Ritieni che politiche volte al controllo della domanda, quindi al cliente, come quelle adottate in Svezia, potrebbero essere più efficaci nel contrastare il fenomeno della tratta? Perché?
Si, è l‟unica via che può ridurre la domanda cambiando l‟accettazione sociale dell‟essere clienti. Inoltre la legge svedese non punisce le donne ma solo chi acquista rapporti sessuali.

Ritieni al contrario che regolamentare la prostituzione contribuirebbe a combattere i traffici criminali più efficacemente? Perché?
La regolamentazione non riduce mai il fenomeno ma lo amplifica, inoltre con l‟immigrazione in atto nei paesi occidentali, si aprirebbe un mercato amplissimo di donne disperate con un abbandono della lotta alla tratta come ormai avviene in Olanda e Germania in cui le donne sono regolarmente e legalmente sfruttate.

Per la tua esperienza, cosa si potrebbe fare per contrastare la tratta più efficacemente? Pensi che delle iniziative di cooperazione coi paesi d‟origine delle vittime sarebbero efficaci? Quali potrebbero essere alcune soluzioni strutturali del problema?
Si. Mancano vere e imponenti campagne di informazione e lotta alla tratta. Manca la lotta a chi collabora in Africa con i trafficanti (ad esempio arrestare gli stregoni che compiono i riti „wodoo‟ che legano psicologicamente ragazze alle sfruttatrici), manca il sequestro dei beni delle madame. Manca il rimpatrio forzato di chi sconta pene legate alla tratta.

Giovane nigeriana, dalle tenebre della tratta alla luce della fede

nigeriana“Il Signore solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere con i principi, con i principi del suo popolo”. Le parole del Salmo 112 sembrano scritte proprio per Elisabetta, una ragazza nigeriana di 22 anni, portata via dal suo Paese, costretta a prostituirsi, ridotta in schiavitù, fino a che riesce a ribellarsi e a trovare la libertà anche spirituale.

La svolta, come spesso accade, si presenta sotto forma di un incontro. Suor Eugenia Bonetti ed Elisabetta – si legge su “Credere” – si incontrano per la prima volta alla stazione Termini di Roma, dieci anni fa. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, responsabile dell’Ufficio tratta donne e minori dell’Unione delle superiore maggiori d’Italia (Usmi), coordina una rete di 250 suore di 70 congregazioni che operano in più di cento case di accoglienza.

E’ allora che la suora le propone di lasciare la strada e quella vita di sfruttamento e abusi. Le promette accoglienza in una casa-famiglia perché possa prendersi cura di sé e della bambina che porta in grembo. A quel tempo, però, Elisabetta non voleva quella figlia frutto di tante umiliazioni e violenze subite in strada.

“Ricordo la sua decisione, molto sofferta, di un mattino di ottobre – ricorda suor Eugenia – quando scappò dalla strada per accettare l’incognita in un ambiente nuovo, con persone sconosciute e che paravano una lingua che lei ancora non capiva. Ricordo la sua disperazione e i suoi singhiozzi, i suoi alti e bassi, le sue paure e le sue attese, le lacrime e i sogni, la rabbia e il silenzio, la nostalgia della famiglia, ma anche la vergogna e la paura di non essere più accolta dai genitori se avessero saputo…”.

Poi ci fu un contatto telefonico con la mamma. Quella telefonata, in cui la madre le chiedeva di accogliere la figlia con amore, perché ogni vita è sempre un dono di Dio, fu il primo passo decisivo per la rinascita di Elisabetta, culminato in seguito col Battesimo nella Basilica di San Pietro ricevuto dalle mani di Giovanni Paolo II. Oggi Elisabetta lavora in una scuola, è inserita nella comunità parrocchiale, è sposata con un connazionale e attende con gioia il suo terzo figlio.

Ricorda ancora suor Eugenia: “Risento le sue parole al telefono subito dopo il primo parto: ‘Senza il vostro aiuto e la vostra accoglienza, ora non sarebbe nata la mia bambina, ma non ci sarei stata nemmeno io, giacché la vita per me non aveva più senso’”.

Jennifer sperava un lavoro ha trovato dolore

Benin City (Nigeria), quando una coppia nigeriana le propone un lavoro da operaia in Italia, Jennifer firma un contratto : col suo lavoro si impegna a pagare circa 42.000 euro agli “intermediari” per il viaggio e tutte le pratiche.

Arrivata in Italia con l’aereo, iniziano le prime sorprese: il lavoro non c’è, il passaporto le viene ritirato, c’è però una casa e persone che le spiegano che per pagare tutti quei soldi dovrà prostituirsi. Non serve a nulla ribellarsi, loro hanno dalla loro la forza fisica, le minacce di coinvolgere la sua famiglia e lei è sola e lontana da casa.
Inoltre la minacciano con i riti Wodoo-Juju che la spaventano moltissimo.

Inizia ad andare in strada di notte, vede “clienti” quasi tutti italiani, ma niente altri contatti esterni, esce di casa a volte ma solo insieme alla sua “madame”, che se guadagna poco la sgrida o la picchia. Il debito intanto non scende mai anche se rimedia 100 Euro a notte .
Si sente “sporca”, si sente vittima ormai senza via d’uscita, rassegnata, poi una notte d’autunno la incontriamo con uno dei nostri gruppi, parliamo un po’ e prima di andare via la salutiamo, e lei chiede di fare insieme una preghiera in inglese e un canto nella sua lingua, dicendoci una piccola bugia “sono povera e sono qui per far soldi”. Nasce pian piano l’amicizia, ritorniamo spesso per salutarla, finchè lei un giornovince la paura e decide di aprirsi e chiedere aiuto.

Insieme decidiamo come poterla aiutare, e finalmente riesce a scappare dalla casa-prigione in cui da tempo ormai usciva solo per prostituirsi.
Prima vive in una comunità protetta, poi arrivano i documenti, studia l’italiano, impara a cucire bene e arriva infine il lavoro e una casa indipendente.

Oggi è serena, la sua vita è diversa, l’amicizia con i ragazzi e le ragazze del gruppo è continuata, oggi usa il suo vero nome “S.”.
E noi “Amici di Lazzaro” siamo felici di sapere che tante altre Jennifer stanno lasciando la strada per una vita nuova.

Se volete aiutare tante Jennifer …….chiamateci.

Spiritualita’, liberta’ e consolazione (di Paolo Botti)

liberta-personaleL’impegno dell’associazione che rappresento, Amici di Lazzaro, e’ articolato. Per contattare le vittime di tratta i volontari escono due-tre sere a settimane in strada, con una cosiddetta “unità mobile”

L’associazione è formata da un centinaio di volontari tra cui non ci sono né mediatori né operatori. Fra le attività proposte alle donne contattate ci sono: un laboratorio di italiano per ragazze (non solo quelle che provengono dalla tratta); un’attività di doposcuola per bambini, cui partecipano anche figli di ragazze che sono state vittime della tratta; il supporto legale e consigli sulla ricerca di lavoro, formazione e la possibilità di fuggire dallo sfruttamento (art.18 o vie ordinarie di legalizzazione).

 

La dimensione della spiritualità delle ragazze nigeriane è importante sia quando sono ancora in strada, sia quando ne sono uscite.

 

E’ molto utile capire la posizione della famiglia di provenienza rispetto alla spiritualità sia per quel che concerne il ju-ju, la religione tradizionale, sia per la confessione cristiana di appartenenza. E’ fondamentale capire che importanza ha per lei, e per la sua famiglia, il giuramento fatto con gli sponsor trafficanti. A volte le ragazze non credono al vudu, ma i loro famigliari sì, questo le influenza perché le lamentele e le pressioni dei parenti creano molta ansia e preoccupazione in loro, la paura delle famiglie non può essere dimenticata. Se invece crede anche la ragazza nell’efficacia del giuramento (nel patto fatto con il tradizionale rito vudu) e ha paura è necessario intervenire su di lei e sulla famiglia; se la paura rimane latente la persona è come bloccata e molti comportamenti a noi incomprensibili possono avere origine proprio dal terrore del vudù o dalla lettura che le ragazze danno di eventi quotidiani in chiave vudù:

La compagna di stanza russa o parla nel sonno : “è una strega”.

Il sognare un parente: “è la madame che vuol fare qualcosa di male”.

Ammalarsi e prendere la febbre o dolori: “ è una punizione”.

Muore un parente: “è colpa mia” “è stata la madame”.
“Father, pray for me, padre , preghi per me”

Per tentare di aprire una breccia in questo mondo spirituale complesso e a noi così lontano, la nostra associazione ha creato una rete di sacerdoti che non necessariamente vengono in strada con noi ma che conoscono il problema (e che preferibilmente conoscono l’inglese) e sono disponibili ad incontrare in chiesa o parlare al telefono alle ragazze.

Argomento dei colloqui possono essere semplici richieste di preghiera della ragazza o domande su questioni spirituali. Non si tratta quindi di confessione o sacramenti ma piuttosto di assistenza e consigli spirituali.

Dato che lo sfruttamento nigeriano ha come specifico l’aspetto spirituale bisogna lavorare molto su questo piano e vi sono vari segni cristiani graditi dalle ragazze: le “chaplet”ovvero rosari con il crocifisso da portare al collo, il Vangelo o la Bibbia in inglese e altri gesti di natura religiosa come dare alle ragazze un messaggio cartaceo o un sms con una frase di incoraggiamento o riflessione tratta dalla Bibbia. Infatti moltissime ragazze mandano messaggi ai parenti, ai fratelli, alle sorelle in Nigeria scrivendo frasi della Bibbia, specie dai Salmi, per esempio: «The Lord is With you», oppure «The Lord is my sheppard».

“Una volta siamo andati a casa di una ragazza che era uscita dalla tratta: tutte le sere chiamava il fratello, si metteva in ginocchio e pregava in diretta telefonica insieme a lui, in Nigeria e lei in Italia. Anche se le ragazze sono talvolta cristiane protestanti in genere le ragazze accettano volentieri un colloquio con un sacerdote cattolico, perché è visto come una figura affidabile e come una opportunità interessante.”

“Avevo giurato di pagare, lo spirito (del juju) mi punirà?” Il compito dei sacerdoti o altre figure religiose è anche quello di rassicurare sulla correttezza della scelta fatta dalla ragazza quando hanno lasciato i propri sfruttatori senza saldare il debito rompendo quindi anche un giuramento vudù.

In prospettiva sarebbe utile un accompagnamento anche alla crescita umana e spirituale della persona, per andare oltre la paura, e curare spiritualmente le ferite subite nella tratta. Talvolta i colloqui spirituali possono essere utili anche per chi ha non è stata sfruttata, ma che nella sua vita di strada ha conosciuto violenze, umiliazioni e ferite che lasciano comunque il segno. L’assistenza spirituale non esclude un eventuale supporto psicologico, perché si tratta di piani diversi.

 

Creare una rete di sacerdoti, suore, religiosi in genere può essere di grande aiuto per le ragazze che credono nel vudù e nel ju ju perché molte di loro hanno paura, si sentono perseguitate, oppure hanno sofferto talmente tanto che hanno bisogno di guarire da sofferenze che sono di tipo spirituale.

Un altro aspetto importante è il fatto che noi diciamo spesso alle ragazze che il giuramento non è valido se non è stata detta loro tutta la verità, cioè che se c’è stata la menzogna nell’atto della sua formulazione il patto è nullo. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, proponiamo alle ragazze che accogliamo una riflessione su Dio che, diciamo loro, viene non solo a consolare ma soprattutto a liberare. Purtroppo spesso per le ragazze Dio è solo una fonte di consolazione che si esplica col sollievo portato dalla preghiera. Noi cerchiamo di riportare l’essenza vera del cristianesimo: Dio non viene a dare consolazione, ma viene a dare libertà. Insistiamo anche sul fatto che la libertà non evita il ricevere il male, cioè se tu credi in Dio non eviti la sofferenza. Dio non ti libera dal ricevere il male, ma dal farlo. Dio non ti libera dal dolore, ma dalla disperazione del dolore. Quindi incoraggiamo le ragazze a credere in Dio perché questo darà loro la forza per affrontare le avversità e per cercare ad esempio il momento giusto per scappare.

Proseguendo nelle proposte, la spiritualità ha bisogno anche di luoghi di comunione, di aggregazione. Una ragazza ospite in comunità un giorno mi ha chiesto come fare, e dove andare, per trovare amici italiani. Per molte delle ragazze nigeriane, gli unici luoghi di aggregazione sono le chiese di diverse confessioni cristiane (pentecostali, evangeliche o cattoliche), ed è preferibile avere proposte e offerte positive, evitando che la solitudine porti le ragazze a buttarsi in affetti, gruppi o amicizie che approfittino della sua momentanea difficoltà o bisogno di relazioni. Il problema è che dovremmo creare dei ponti: noi come associazione abbiamo cercato di farlo inserendo le ragazze nelle parrocchie, in ambiti di normalità: il coro (se alle ragazze piace cantare) o in altre attività di cui la ragazza abbia piacere di fare esperienza. In genere i gruppi giovanili accolgono abbastanza bene uno straniero, però è importante preparare l’accoglienza in modo che vi sia nei gruppi, cori, corsi qualcuno che aspetta la ragazza, che quando arriva si senta attesa, salutata, accolta. Noi abbiamo visto che tutte le ragazze che si sono inserite in gruppi sportivi, parrocchie ecc. riescono poi facilmente a crearsi una rete e ciò ha poi anche ripercussioni positive sul lavoro, nel senso che a volte capita che tramite conoscenti italiani riescono a trovare un’occupazione. Ma ciò serve anche per avere un sostegno spirituale, perché ciò fa in modo che loro abbiano una comunità di riferimento che non è solo etnica ma anche aperta al territorio.

 

Per fare questi ci vogliono volontari che comprendano questa dimensione spirituale, è importante che il volontario sia inserito in lavori di équipe che gli permettano di approcciarsi alla dimensione spirituale che per le ragazze è molto importante. Inoltre è importante – e questa è una proposta che faccio al mondo cattolico – utilizzare ritualità e pratiche che sono molto vicine alla realtà protestante. Ad esempio il “Rinnovamento dello spirito”, movimento cattolico cui partecipano 300.000 persone in Italia, ha un tipo di preghiera e una gestualità molto libera e dei canti che sono praticamente gli stessi delle ragazze. Questo movimento tra l’altro prevede un percorso chiamato “Seminario di Vita Nuova”, cioè sette incontri molto interessanti che alcune delle nostre ragazze hanno seguito. Cercarle di inserire in movimenti come questo è molto importante perché qui trovano la loro preghiera però inserita in un contesto italiano in cui trovano una rete, trovano amicizie e accoglienza.

Un’altra proposta, a proposito della ritualità, sarebbe quella di pensare ed inventare dei riti che siano mirati alle ragazze ancora sotto sfruttamento: molte volte con le ragazze che incontriamo in strada facciamo dei falò, delle iniziative cui partecipano tante ragazze insieme della stessa zona.

Ultima cosa su cui bisogna fare molta attenzione è che questa formazione umana e spirituale è fondamentale anche per prevenire il fenomeno della tratta, perché molte madame sono ex ragazze sfruttate. A volte succede che molte ragazze che magari hanno fatto i percorsi d’accoglienza, trovandosi senza lavoro, finiscano spesso in attività poco lecite, e per disperazione ad alimentare una prostituzione “fai da te”.

 

A questo proposito una esistono esperienze interessanti: ci sono delle comunità cattoliche di lingua inglese (a Torino c’è la comunità di S. Tommaso, o il gruppo ecumenico di lingua inglese al Cafasso) in cui vengono attivati gruppi di auto-aiuto tra nigeriani. Questi gruppi si trovano anche in tutte le parrocchie in Nigeria (CWO, CMO, Catholic Women or Man Organization): per esempio quando alcune ragazze perdono il lavoro e non sanno come pagare l’affitto, questi gruppi intervengono dando loro un sostegno economico e aiuto reciproco. Aiutare e sostenere questi gruppi è molto importante per evitare di lasciare le ragazze nella solitudine e nel vuoto.

Concludendo direi che la dimensione spirituale non è tutto, ma è fondamentale e complementare a quella lavorativa, affettiva e materiale. Le ragazze, le donne che incontriamo hanno dei bisogni esteriori e interiori a noi sta capire come accompagnarle e tirare fuori il meglio da loro, e magari con un po’ di umiltà imparare da loro, recuperando e riscoprendo la dimensione cristiana della vita, non può che farci bene.

Paolo Botti, responsabile dell’Associazione Amici di Lazzaro www.amicidilazzaro.it , da anni si occupa di tratta e del loro reinserimento e accoglienza.

La tratta delle nere

rapporto201130 arresti tra Nigeria, Italia e altri paesi europei per associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitu’, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. L’operazione è stata eseguita dai Ros su ordine della magistratura di Ancona. Al centro delle indagini un’organizzazione transnazionale, di matrice prevalentemente nigeriana, dedita allo sfruttamento di connazionali. Le ragazze venivano fatte arrivare illegalmente in Italia e poi ridotte in schiavitù con il ricorso a violenza, riti esoterici e minacce ai familiari nel paese di origine. Anche due medici italiani tra gli arrestati: l’accusa è di aver eseguito aborti clandestini su ordine dell’organizzazione. La tratta degli esseri umani è la terza fonte di reddito per i criminali in Italia, un giro di affari “inestimabile”, come ha ammesso Francesco Rutelli, in una relazione del Copasir. Paolo Botti, dell’Associazione Cattolica “Amici di Lazzaro” si occupa da anni di fornire aiuto ed assistenza alle ragazze nigeriane che cercano di fuggire dai loro aguzzini: “I numeri sono spaventosi, si stima che in Italia arrivino ogni anno 40, 50mila schiave; vengono private dei documenti e costrette a pagare cifre fino a 70mila euro per riavere un’identità. Noi riusciamo a strapparne dal giro decine ogni anno”. Gli arrivi sembrano essersi un po’ ridotti negli ultimi mesi, a causa della crisi economica che ha ridotto gli introiti anche nell’ambito della prostituzione ma sono pochi gli interventi di sistema per arrestare il fenomeno della tratta degli esseri umani: “Le forze dell’ordine fanno molto per la repressione del fenomeno – prosegue Botti – ma gli sforzi investigativi si infrangono di fronte ad una giustizia immobile che impiega 10 anni a concludere i processi”. Fondamentale anche la sensibilizzazione dei clienti, secondo i volontari dell’associazione: “la persona che si trovano di fronte subisce violenze e soprusi inimmaginabili”.
CNRmedia
http://www.cnrmedia.com/cronaca/newsid/3836/la-tratta-delle-nere.aspx

 

Erabor, la baby-schiava

06Dalla Nigeria in Piemonte: chiusa per mesi in casa, frustata e brutalizzata

TORINO. Al telefono la chiamavano la bambina. E in effetti Erabor era arrivata a Torino con la faccia acerba, le gambe magre da ragazzina, venduta dal padre perche’ ritenuta la più resistente della famiglia. Da Uromi, villaggio di fango in Nigeria, all’Europa dei ricchi: avrebbe dovuto lavorare per tutti. Come baby-sitter, a parole. Ma era chiaro che sarebbe venuta a prostituirsi. Il fatto è che la bambina non voleva vendersi. Quando, la sera del 24 ottobre 2007, è comparsa barcollando davanti al pronto soccorso dell’ospedale Martini, i medici non sapevano cosa pensare. Il referto è riassunto dal gip Silvia Bersano Begey, nella sentenza che ha condannato a 11 e 7 anni di carcere i suoi aguzzini: «Gravi lesioni agli arti inferiori e superiori, estese ulcere profonde, amputazione parziale dell’orecchio sinistro, perdita di sostanza cutanea su tutta la sommità del cranio con completa asportazione dello scalpo». Deturpata e terrorizzata, Erabor non parlava. Aveva paura delle possibili ritorsioni sui famigliari per il mancato guadagno. Anche davanti ai poliziotti, alcuni giorni dopo, è rimasta in silenzio a lungo. Solo quando ha ottenuto che il verbale venisse stracciato, con la garanzia che nessuno scrivesse, allora ha iniziato a raccontare.

Era stata istruita bene. Diceva di avere 18 anni, anche se secondo un primo accertamento medico poteva averne sedici o diciassette. Durante un viaggio in due tempi via Lagos e Parigi, era stata vittima di riti voodoo, privata del passaporto e costretta a pagare 40 mila euro per poterlo riscattare. Una storia simile a quella di molte altre ragazze africane vittime della tratta, fino a questo punto. Ma quanto è successo dopo alla bambina nessuno lo aveva mai visto. È finita nelle mani di una maman nigeriana e di un pensionato piemontese, Mabel Imade e Angelo Bossolasco. È stata tenuta prigioniera per mesi in una casa di Mondovì, in provincia di Cuneo. Costretta in ginocchio nella stessa stanza senza finestre per notti intere, obbligata a farsi pipì addosso. Aveva piaghe da decubito, le ossa fuori dalla carne. Sulla pelle, acidi e cavi elettrici. Frustata e bastonata, fino al distacco completo dello scalpo. La maman ha cercato di tenere a bada le infezioni con l’acqua bollente. Ma la bambina andava persuasa: «Non portava rispetto e guadagnava poco».

Gli investigatori hanno proibito le pubblicazione delle foto di Erabor. Il gip Begey: «Sono assolutamente eloquenti, anche in assenza di approfondimenti clinici. La ragazza è stata sottoposta a tentativi di ricostruzione a mezzo di chirurgia plastica con esiti comunque devastanti». Nella casa di Mondovì, il Luminol ha evidenziato tracce di sangue ovunque: lenzuola, sedie, rubinetti, prese della luce, in tutte le stanze, anche nel ripostiglio. Mabel Imade e Angelo Bossolasco ieri sono stati condannati in primo grado per tratta di essere umani, riduzione in schiavitù, lesioni prolungate aggravate dalle sevizie. Materialmente è stata lei ad infierire. Ma il ruolo di lui è stato ritenuto decisivo: «La condizione fondamentale per la commissione del reato di riduzione in schiavitù è stata la messa a disposizione da parte di Bossolasco dei locali per detenere la ragazza, segregarla e occultarla, mano a mano che le sue condizioni fisiche si aggravavano».

Parole agghiaccianti, quelle del gip: «Bossolasco non concorre nella prima parte dell’incredibile vicenda della Erabor – l’introduzione in Italia e l’acquisto del corpo – ma il suo previo consenso per la gestione futura della “merce” è circostanza essenziale». L’avvocato Davide Diana difende Mabel Imade: «Siamo di fronte a un caso limite – spiega – l’unica cosa che ho potuto fare è stata convincerla a confessare». L’avvocato Michele Galasso assiste Erabor: «È ancora molto provata, ha subìto violenze inaudite, ma questa sentenza esemplare ci conforta». Ora Erabor vive in un comunità protetta, ha un permesso di soggiorno, eppure resta «soggiogata». Ha chiesto una foto del suo scalpo da spedire a casa: «Almeno capiscono perché non posso guadagnare».

www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200907articoli/45102girata.asp

NICCOLO’ ZANCAN

Lucciole strappate alla strada

Nigeriane e ragazze dell‘est ,la lunga notte a Vado’ – Moncalieri (Torino)

Amicizia, servizio e attività spirituale. Ecco,condensato in tre parole,lo spirito che anima i circa 100 volontari dell’associazione amici di Lazzaro, nata per contrastare l’emarginazione e la povertà. Inizialmente si occuparono dei senza tetto della Stazione Porta Nuova ; oggi le loro attività comprendono anche corsi di italiano, dopo scuola e molti progetti all’estero,ma soprattutto la lotta allo sfruttamento della prostituzione.

Questo fenomeno, purtroppo, affligge anche il nostro territorio: ragazze giovanissime,tra i 20 e i 25 anni,sono condotte in Italia con la promessa di un lavoro che garantisca la sussistenza delle loro famiglie in Africa o nell’Europa dell’Est. Ma una volta qui, ricattate e prive di documenti, sono costrette a esporsi come merce in vendita sulle nostre strade. Una di queste strade è quella che collega Moncalieri e Trofarello, via Postiglione nell’area industriale Sanda Vadò, e proprio lì le ragazze sono avvicinate, di notte, dai volontari. Sono anche loro giovani, tra i 18 e i 30 anni, perche si tratta di un lavoro duro, che li espone al freddo e li priva di ore di sonno; inoltre difficilmente le ragazze si fiderebbero di uomini adulti.
(LEGGI QUI)

Si spostano in gruppo con il loro pulmino e distribuiscono volantini in inglese che forniscono informazioni sulle strutture sanitarie e indicano il modo per uscire dallo sfruttamento. Sono oramai conosciuti e attesi dalle giovani donne, per lo più nigeriane. Grazie agli Amici di Lazzaro, l’anno scorso, una decina di loro è riuscita a liberarsi dalla schiavitù della strada. L’associazione le ha ospitate e aiutate ad ottenere un lavoro. Anche le famiglie in difficoltà possono contare sull’appoggio di questi volontari, che hanno dato vita in passato, in collaborazione con il Comune di Moncalieri, al progetto “Ecco casa”. E’ in corso inoltre una raccolta di generi alimentari. Chi desiderasse contribuire può contattare l’associazione. Dalla strada a una nuova vita.

LA STORIA DI QUEEN LEI CE L’HA FATTA. Gli Amici di Lazzaro rimangono in contatto con le ragazze che accettano di farsi aiutare anche oltre i primi momenti, più difficili, stabilendo con loro veri rapporti di amicizia. Ecco dunque la storia di una di queste amiche, attraverso la testimonianza di un volontario: “Queen arrivò a Torino nel 2003. Dopo pochi mesi fu costretta a prostituirsi, sotto minaccia di ritorsioni sui suoi familiari in Nigeria. La conoscevamo da un po’, era piccola (20 anni) e sempre spaventata, stanca di vivere e in strada. Una sera la trovammo a Moncalieri, piena di lividi e impaurita. Salì sul pulmino e lasciò la strada, denunciando i suoi sfruttatori. Gli inizi non furono facili, ma poi si à inserita bene: ha amici italiani e stranieri, va a scuola e intanto lavora in una piccola azienda, assunta a tempo indeterminato. Ricordiamo bene che la prima notte, quando la famiglia di volontari la ospitò, si stupì di aver un letto pulito tutto per sé e di essere stata accolta, nonostante avesse fatto quel tipo di vita. Ora è serena e noi siamo felici di sapere che ce l’ha fatta e che tante altre possono fare altrettanto”.
(LEGGI LA STORIA DI ANNA- ex vittima)

  (da IL MERCOLEDI’)

E’ allarme sfruttamento sessuale tra i minori

Circa 2mila, soprattutto stranieri, si prostituiscono su strada. Provenienti soprattutto da Romania, Nigeria, Albania e Sud Africa

ROMA – H. ha 16 anni ed e’ egiziano. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. E’ sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Arrivato a Milano H. è stato costretto a lavorare di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i 20 e gli 80 centesimi a bancale. Durante il giorno restava rinchiuso in casa. A., invece, è di Lagos, anche lei è arrivata in Italia con la promessa di un lavoro. E’ stata, invece, costretta a prostituirsi. Durante un rito vodoo, infatti, ha dovuto giurare di pagare 35mila per le spese del suo viaggio e per evitare ritorsioni contro la sua famiglia rimasta in Nigeria. Come H. e A. sono migliaia i piccoli schiavi invisibili, minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento in Italia, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro.

Lo denuncia Save The Children, alla vigilia della Giornata in ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, con il dossier «I piccoli schiavi invisibili», in collaborazione con l’Associazione On the Road-Consorzio Nova.

Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri: ragazze rumene, nigeriane, albanesi, nordafricane ma anche maschi rumeni, magrebini, egiziani, afgani e Rom rumeni e della ex Jugoslavia.

Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale, si stimano fra i 1.600 e i 2mila i minori sia femmine che maschi coinvolti in prostituzione su strada. Una porzione significativa rispetto alla prostituzione adulta stimata fra le 19mila e le 24mila unità. E crescente e allarmante è lo sfruttamento sessuale indoor, nel chiuso di appartamenti: sarebbe 3 volte superiore a quello su strada, con una presenza di minori pari a circa il 10 per cento sul totale degli adulti coinvolti. Nascoste agli occhi di tutti, le giovani vittime sono difficilmente raggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo.

«A questo quadro bisogna aggiungere il fatto che dietro la gran parte di questi minori – commenta Raffaela Milano, responsabile Programmi Italia-Europa Save the Children Italia – ci sono situazioni di grande povertà, bisogno ed emarginazione su cui fanno leva le organizzazioni criminali. E’ il caso – prosegue – per esempio delle donne e ragazze nigeriane di cui rileviamo un aumento degli arrivi via mare da Lampedusa proprio in queste ultime settimane. Non si può escludere – aggiunge – che fra di esse ci possano essere vittime di tratta, anche in ragione del fatto che, come le stesse Nazioni Unite documentano, sono quasi 6mila ogni anno le nigeriane che vengono portate in Europa per essere sfruttate. Save the Children – conclude – sta monitorando con attenzione la situazione delle minori non accompagnate».

La rilevazione di Save the Children e On the Road conferma che i minori principalmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è costituito da ragazze provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%) seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%).

Un fenomeno particolarmente drammatico è lo sfruttamento sessuale di minori maschi. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i 15 e 18 anni. Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini. Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel «mercato del sesso» per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno. In genere i minori maschi che si prostituiscono si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Questa pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come «affitto»: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente.

La prostituzione «al chiuso» in appartamento, night, centri massaggi è un fenomeno sommerso ma di notevoli proporzioni e che comporta uno sfruttamento più pesante, visto il controllo esercitato dagli sfruttatori sulle vittime e la limitata capacità delle operatori delle organizzazioni che operano su strada di raggiungerle. La presenza di minori, in particolare, è sempre più spesso attestata ed in significativa crescita come emerge ad un’analisi attenta delle riviste di annunci espliciti di vendita di sesso a pagamento da cui si evince la giovanissima età di molte prostitute. Si stima che la prostituzione indoor sia 3 volte la prostituzione su strada e che i minori in essa coinvolti siano almeno il 10%. Le ragazze vittime tendono a negare la loro minore età temendo – condizionate dagli sfruttatori – di poter essere arrestate.

Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio. Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. Ma si registra una presenza anche di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Minori egiziani e afgani: due gruppi a rischio. 5.850 minori supportati da Save the Children sono minori che – giungendo in Italia da soli, «non accompagnati» – sono esposti al rischio di subire sfruttamento. Sono 6.340 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia: Afganistan, Tunisia, Egitto e Marocco i principali paesi di provenienza

I “samaritani” delle lucciole, di notte lungo i viali per salvarle dal marciapiede

“Abbiamo salvato tre ragazze nigeriane dall’inizio di settembre”.
Così racconta l’intervento dell’associazione «Amici di Lazzaro» il suo fondatore, Paolo Botti, impegnato insieme agli altri volontari a sottrarre le prostitute straniere dal giogo degli sfruttatori. Alle ultime tre ragazze aiutate a liberarsi, si aggiungono due romene e un’albanese che sono  state tolte dalla strada nelle settimane precedenti.

In media salvano una ragazza a settimana, decine all’anno e  ora cercano nuovi volontari da preparare per le loro attività.
«Usciamo tre volte a settimana, all’incirca due ore ogni sera, dalle  dieci in poi», (LEGGI QUI)  racconta Paolo Botti che ha creato l’associazione nel  1997 per aiutare i clochard. «Ci eravamo accorti che molte nigeriane  andavano in stazione per recarsi ai luoghi in cui si vendevano  e quindi nel 1999 abbiamo cominciato a occuparci di sfruttamento  della prostituzione soprattutto  alla Pellerina e in corso  Massimo».

In dieci anni le zone sono cambiate  e ora gli “Amici di Lazzaro”  coprono un’area più vasta: «Giriamo  Torino e la cintura nelle sere,  ma quando usciamo la domenica  pomeriggio ci spingiamo anche  a Carmagnola, Rivalta, Chivasso…  ». È un compito delicato, anche  se con l’esperienza acquisita e la  fama conquistata sul campo si  può agire con sicurezza: «È più facile  avvicinare le nigeriane —  spiega — perché non hanno un  protettore che le controlla a vista. Il difficile viene dopo: temono ritorsioni  verso le famiglia. Sono  succubi dei riti woodoo».

Con le  ragazze dell’Est la vicenda è diversa:   «Sono sempre controllate,  però per alcune — come le rumene  che hanno i documenti in regola  o le albanesi già regolarizzate  — l’inserimento è più facile».   Si procede con calma: «All’inizio  spieghiamo che possono denunciare  gli sfruttatori e restare  in Italia. A quelle che hanno paura  forniamo aiuti pratici o burocratici  per instaurare un rapporto  di fiducia. Offriamo delle alternative,  come i corsi per imparare l’italiano  che la nostra associazione  organizza, o indicando le associazioni  che possono fornire accoglienza,  cure mediche o formazioni  professionali», spiega Botti.   A volte «alcune ci contattano di  loro volontà perché c’è un passaparola  tra le ragazze già uscite dal  giro e le altre. Capitano anche dei  clienti che ne vedono una in difficoltà  e ce le segnalano».

AMICI DI LAZZARO, CONTRO LA TRATTA

Quante le donne aiutate: dal 2000 oltre 370 ragazze hanno ottenuto aiuto dall’associazione per liberarsi dallo sfruttamento della prostituzione. L’associazione incontra in strada le vittime della tratta (almeno 600 ogni anno). Nel 2009-2012 oltre 100 ragazze hanno lasciato la strada.
Sostieni il nostro servizio: Sostieni la lotta alla tratta e allo sfruttamento con il progetto 50×100 (100 benefattori che diano 50 euro all’anno. “Amici di Lazzaro”
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Opuscolo in pdf sulla tratta (scarica)

Secondo i dati dell’associazione  più della metà delle prostitute  a Torino sono nigeriane, seguite  dalle rumene (20%). Sono in aumento  le cinesi, il cui sfruttamento  è più nascosto, e le arabe. Facciamo anche dei corsi di formazione. Sono lezioni per capire  la prostituzione ma anche le  ragazze sfruttate, la loro cultura — dice —  . Ad esempio mostriamo un documentario  sui quartieri a luci  rosse di Amsterdam, finiti in mano  agli sfruttatori». Una lezione è  dedicata alla religiosità woodoo:  «Spieghiamo come funzionano i  riti e come le ragazze li vivono,  perché fa parte della loro cultura  animista che scandisce le loro vite e rende dipendenti loro e la loro  famiglia». (LEGGI QUI I 18 MITI SULLA PROSTITUZIONE)

Andrea Giambartolomei, LaRepubblica Torino   

Quelle prostitute che si ribellano

Diciassette ragazze nigeriane hanno deciso di denunciare i propri aguzzini, ottenendo dal tribunale i beni che i loro sfruttatori avevano accumulato negli anni

Conosco Isoke da un po’ di anni. Ha una bellezza rara. Con raro intendo non di quelle bellezze misurabili in forme, centimetri, quantità, foto. Bellezza come insieme di complessità, tracce, armonie. Isoke è una ragazza africana di trentatré anni. Nigeriana. E’ arrivata in Italia nel 2000 sognando un lavoro, invece le mafie nigeriana e italiana l’hanno obbligata a prostituirsi. Dopo tre anni è riuscita a liberarsi e ha deciso di non tacere. Isoke ha raccontato cosa vuol dire per lei la parola “strada” a “Quello che (non) ho”. Ora è un viso noto: scrive libri, va in tv, riesce a raccontare la sua storia e facendolo cerca di attirare l’attenzione di tutte le ragazze che vogliono lasciare la strada. Testimonia che esiste un’alternativa e con il suo esempio le invita a prendere coraggio.
ISOKE MI HA INSEGNATO a comprendere l’inferno della tratta. A distinguere, da una voce al telefono, una escort d’alto bordo da una ragazza sfruttata. A capire messaggi in codice e meccanismi delle organizzazioni nigeriane. Mi ha insegnato a non temere la caduta, perché ci si può rialzare. Ma mi ha insegnato anche che per rialzarsi serve una mano. Mi ha insegnato a tenderla quella mano e a non temere una realtà che sembra remota. Oggi, secondo l’Onu, il traffico di essere umani coinvolge 2 milioni e 700 mila persone con un giro d’affari pari a 32 miliardi di dollari. Secondo il ministero dell’Interno la tratta è la terza fonte di reddito delle mafie dopo le armi e la droga.
Qualche giorno fa Isoke mi ha scritto una mail importante. Diciassette donne nigeriane, costrette a prostituirsi in Abruzzo, hanno denunciato chi le costringeva alla strada. Sfruttatori e non protettori, come talvolta, sbagliando, diciamo. Così come dovremmo abituarci a considerare la prostituzione non come una questione di sicurezza o di “decoro urbano”, ma di riduzione in schiavitù: la negazione dei diritti fondamentali. Invece queste diciassette donne nigeriane, donne coraggiose, hanno visto riconosciuti i propri diritti dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila. I giudici non solo hanno risarcito ogni vittima con 50 mila euro di provvisionale immediata – che quindi verrà pagata subito, senza attendere la Cassazione – ma hanno preso una decisione rivoluzionaria. Hanno revocato la confisca dei beni sequestrati agli imputati – proventi dello sfruttamento – e li hanno resi disponibili per risarcire le donne. In pratica, i soldi tolti ai trafficanti non andranno allo Stato ma alle vittime.
Roberto Saviano (L’Espresso)

L’EFFETTO VIRTUOSO di una tale scelta è quello di accorciare la distanza, che oggi pare siderale, tra il cittadino e le istituzioni. La legge, il tribunale e di conseguenza lo Stato, smette di essere quel moloch lontanissimo dal quale sembra difficile avere giustizia. E’ la rivoluzione del buon senso: la forma che diventa sostanza, la legge che si schiera al servizio dei cittadini. Con un altro effetto, altrettanto virtuoso e altrettanto rivoluzionario: rendere la legalità conveniente. La certezza del risarcimento, alimentato con i beni dei criminali, diventa stimolo alla denuncia. Utilizzando la stessa procedura adottata dai giudici dell’Aquila, si può incentivare la rottura dell’omertà per convincere le vittime a farsi avanti. Si può anche favorire l’attività delle associazioni che contrastano la criminalità e che si sentono abbandonate: associazioni che fanno un lavoro duro, lontano dai riflettori e sotto la minaccia dei clan.
Quando ho letto il messaggio di Isoke ho capito che mi stava comunicando qualcosa di fondamentale: i giudici hanno riconosciuto che quelle 17 donne sono state ridotte in schiavitù in un Paese democratico. In più, la sentenza è stata emessa a favore di cittadini non italiani, dimostrando che in Italia la legge può essere uguale per tutti. Ma se questa giustizia è stata possibile lo dobbiamo alle associazioni che da anni denunciano la tratta e che hanno assunto la tutela legale delle vittime. Due di queste, che vanno sostenute, sono On The Road e di BeFree. Perché la libertà di quelle donne è indissolubilmente il destino della nostra libertà.

Joe e il suo bimbo rapito

1013193_10152998577425570_1129288113_n“Mi rapirono il bimbo appena nato per obbligarmi a prostituirmi. Il bimbo non venne neanche registrato alla nascita. Volevano 45.000 euro.”

Si è liberata, adesso vive a Granada. Ha denunciato e tutti i suoi sfruttatori sono finiti in carcere. Grande Joe!

E’ una delle tante storie di vita, molto simili fra loro, di chi ha vissuto il dramma dello sfruttamento.
In Italia sono oltre 25.000 le nigeriane sfruttate e a fronte di migliaia di denunce sono ancora pochi gli sfruttatori finiti in carcere.

Aiutaci ad aiutare tante donne a liberarsi.

Puoi anche decidere di sostenere una campagna di prevenzione allo sfruttamento rivolto alle donne che sono ancora in Nigeria contattaci e ti daremo altri dettagli.

Prostituzione cinese. In Italia le nuove schiave

tratta delle cinesiEra uno dei night club più esclusivi e più sconosciuti di Roma. Si chiamava “Diamante” e della sua esistenza sapevano solo i cinesi. Visto da fuori, si mescolava perfettamente allo squallore degli altri capannoni industriali del quartiere Casilino. Ma dentro, tra tappezzerie di lusso, tovaglie di seta e luci soffuse, ai tavolini si sedevano uomini d’affari e capimafia della comunità cinese. A loro disposizione avevano, oltre all’alcool e agli ultimi ritrovati in materia di droga, le più belle e giovani prostitute del Lontano Oriente disponibili a Roma. Quando la Squadra mobile fatto irruzione nel locale, ce n’erano quindici, tutte avevano con loro la chiave dell’albergo dove avrebbero portato i loro clienti. Prostitute destinate ai cinesi ricchi. Ma senza nessun privilegio in più rispetto alle loro connazionali che battono i marciapiedi o che vivono rinchiuse in orribili appartamenti di Piazza Vittorio.

Schiave. Anzi, merce, nient’altro che merce. Si vestono solo per lavorare. Per il resto del tempo, sono costrette a girare per casa in indumenti intimi: un deterrente contro la loro possibile fuga. Qualcuno le valuta e sceglie qual è il segmento di mercato più adatto. Come se fossero vestiti realizzati in un laboratorio clandestino o giocattoli contraffatti. Il modo in cui i cinesi gestiscono la prostituzione in Italia segue le ciniche regole del marketing puro. Prezzi bassi, cambio periodico dell’ “offerta” e individuazione del target di cliente.

Il mercato è diviso rigorosamente in due settori: quello cinese, per il quale vengono riservate le donne migliori, e quello italiano. Segue poi la selezione dei clienti per censo: più sono ricchi, maggiore è il valore delle prostitute messe a disposizione. Nulla è lasciato al caso, l’organizzazione ha dinamiche assolutamente commerciali. A Roma, alcuni sfruttatori si erano dotati persino di un call center e avevano affittato nella capitale undici appartamenti, intestandoli a un nome fittizio, Guan Whenzu. Avevano travato anche uno slogan per il proprio business, che pubblicizzavano sulle riviste di annunci: «Fiume d’amore!». Al telefono rispondevano donne cinesi con una buona conoscenza dell’italiano, che fissavano l’appuntamento e sceglievano la prostituta in base a quanto intendesse spendere il cliente.

Tutto avviene in modo più discreto e diretto all’interno della comunità cinese. Lo scorso marzo è stata arrestata una “maitresse”, che ogni giorno dalle parti di Piazza Vittorio si procurava clienti connazionali porta a porta: come accade anche per i nigeriani, è quasi sempre una donna a gestire direttamente le prostitute per conto dell’organizzazione. La madama lasciava bigliettini con la scritta «massaggi completi per uomini», oppure fermava la gente direttamente per strada. Nella casa che lei gestiva non erano ammessi né italiani, né stranieri di altra nazionalità.

Le richieste dei cinesi sono infatti molto differenti. Soprattutto gli appartenenti alle classi agiate non sono interessati al semplice rapporto. L’incontro con una prostituta si prolunga per l’intera serata, durante la quale è molto frequente l’utilizzo di droghe. Anche gli stupefacenti sono di produzione cinese. Durante il blitz al club Diamante fu scoperta una nuova sostanza: la K-fen. È un droga sintetica, mai vista prima dalle autorità italiane, derivata dalla chetamina, si presenta in forma granulare e si può sniffare oppure sciogliere nella bevanda.

Per un italiano un rapporto sessuale in appartamento o in un centro massaggio con una prostituta cinese costa tra i 30 e i 50 euro. Sul marciapiede i prezzi scendono sotto i 15 euro. Le donne di altre nazionalità che ricevono in casa costano molto di più: tra i 100 e i 200.  Ma se sempre più italiani negli ultimi anni inseguono le proprie fantasie orientali, non è solo una questione di soldi. Le cinesi infatti non si ribellano a nessun tipo di richiesta. L’assoggettamento agli sfruttatori è tale che la volontà della donna si annulla completamente.

Nella maggior parte dei casi le ragazze vengono dal nord rurale della Cina, soprattutto dal Liaoning. Quasi sempre hanno meno di vent’anni. Hanno una famiglia povera, sono senza marito, ma con un figlio a carico. Sono così disperate che partono per l’Europa, pur sapendo bene a cosa vanno incontro. La porta di ingresso per l’Occidente è Parigi. Ci arrivano con visti turistici al seguito di grosse comitive di connazionali. Dopo qualche settimana il responsabile del gruppo denuncia l’allontanamento all’ambasciata e a quel punto se ne perdono le tracce. Il traffico di esseri umani è gestito dalla mafia cinese nazionale. Nel momento in cui arrivano in Italia, ad occuparsene sono bande criminali, ma non sempre organizzazioni di stampo mafioso. In Toscana, ad esempio, il business è in mano alle gang giovanili.

Con i loro sfruttatori, le prostitute spesso non riescono nemmeno a comunicare. Gli uomini vengono infatti dallo Zejan, dove si parla un dialetto molto diverso da quello del Liaoning. I loro aguzzini arrivano a guadagnare oltre mille euro al giorno. Misera è la parte che rimane a loro: si aggira tra i 100 e i 150 euro. Sono ostaggi a tutti gli effetti.
Giorgio Mottola
http://www.terranews.it/news/2011/01/prostituzione-cinese-italia-le-nuove-schiave

La “mappa del sesso”: le prostitute sono migliaia, boom delle albanesi

2677635-squilloIl racket della prostituzione sulle strade non si stronca certo accanendosi contro i clienti con le multe o riaprendo le case chiuse, ma aiutando le schiave a denunciare i loro sfruttatori. Ne è convinto don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana, che stronca le proposte di riesumare i “casini” di antica memoria, mandati in pensione dalla legge Merlin. E a supporto della tesi, secondo la quale è fallito il giro di vite contro la prostituzione all’aperto, in nome del decoro, don Davanzo porta elementi e riscontri acquisiti sul campo. Passata la paura delle multe, anzitutto, le donne costrette a prostituirsi sono tornate sulle strade. Negli stessi luoghi di prima. La tratta non si è arrestata, anzi, pare diventata ancora più raffinata e potente.

Le organizzazioni criminali che la gestiscono sono più ramificate di prima, con forti collegamenti internazionali, capaci di gestire contemporaneamente più traffici illeciti: prostituzione, droga, immigrazione clandestina. Il quadro del mercato del sesso a pagamento viene dipinto da una ricerca condotta dagli operatori dell’unità di strada «Avenida» della cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana, i cui risultati inediti sono stati discussi ieri durante il convegno «La tratta e la prostituzione. La legge Merlin ieri e oggi».

Nel corso delle uscite notturne (due a settimana) del 2013, gli operatori e i volontari Caritas hanno incontrato 292 donne, un quinto di quelle che si stimano presenti sulle strade di Milano e provincia. I luoghi in cui le hanno trovate erano quelli abituali: la circonvallazione milanese, le strade di maggiore scorrimento che si inoltrano in provincia. Inutile ogni misura di contrasto diretto, la prostituzione che non era mai scomparsa, è tonata dunque così più visibile. Identica anche la geografia dei paesi di provenienza.

Le rumene si confermano le più numerose (60% del totale), seguite dalle nigeriane (il 15%), presenti principalmente nell’hinterland milanese e comunque nella periferia) seguono le albanesi (il 12%) che sono tornate ad essere più presenti dopo un calo negli ultimi anni (nel 2011 erano scese al 6,5%).
L’incremento e soprattutto il turn over molto elevato (il 72% delle ragazze albanesi incontrate nel 2013 sono diverse da quelle intercettate l’anno precedente) fanno ipotizzare una forte ripresa della tratta da parte organizzazioni criminali di Tirana e Valona.

Le organizzazioni hanno, evidentemente, saputo sfruttare a loro vantaggio l’ingresso dell’Albania nell’area Schengen e dunque, la conseguente liberalizzazione dei visti, che permette di fare entrare le donne con un semplici permessi turistici. Ciò che cambia, a parere degli operatori, è oggi la dinamica dello sfruttamento, ormai ridotta a una scientifica prassi della schiavitù. Una cosa appare certa. Secondo gli operatori che hanno raccolto le testimonianze di molte vittime della tratta, superato il periodo delle ordinanze che aveva costretto gli sfruttatori a spostare le donne più in periferia o nei locali e negli appartamenti, la mappa della prostituzione è tornata quella di un tempo.

«Come purtroppo dimostrano anche altre esperienze europee – dice Davanzo – creare quartieri a luci rosse dove esercitare liberamente la prostituzione non impedisce alle organizzazioni criminali di prosperare. Anche le multe contro i clienti e le prostitute, applicate in altri paesi e sperimentate anche in parte in Italia, hanno dimostrato di non essere affatto un efficace deterrente. La sola strada è sciogliere il vincolo che lega le donne ai loro sfruttatori, aiutarle e favorire le denunce, incontrale e far capire che non sono sole e che possono chiedere aiuto. Così si potranno aggredire le organizzazioni criminali e aiutare le ragazze che ne sono vittima».

La fuga di Joy e la voglia di cantare

retratos-de-niños-negrosJoy (Nigeria) prima ha vissuto il dramma della tratta, poi è stata accolta per un periodo per vivere al sicuro dagli sfruttatori. Infine ha iniziato un percorso (la seconda accoglienza) per reinserirsi e diventare autonoma economicamente e socialmente.
Ecco cosa racconta della sua esperienza
La strada: “Ci ho lasciato i miei silenzi (tanto per cominciare) di quando mi caricavano e non sapevo una parola della loro lingua, e capivo solo a suon di schiaffi… ”
La casa di fuga: “Della casa di fuga ricorderò sempre due cose: il lavoro e la fiducia. Il lavoro, perché è ciò che mi ha rimesso in piedi … la fiducia perché devi sapere quando puoi fidarti, e quando lo capisci devi farlo e basta”
La casa di seconda accoglienza: “Ne sono passati otto di mesi da quando sono arrivata, e guardo avanti … per superare le difficoltà servono due cose: gli amici di cui fidarsi e a cui voler bene, e la voglia di cantare”

Se volete aiutare altre ragazze contattateci e sosteneteci

 

Nigeriane, perche’ i riti woodoo?

Il vudù (juju)

Le origini storico/geografiche del culto del vudù sono da individuare nell’attuale stato del Benin (regione particolarmente martoriata nei secoli passati dal fenomeno della tratta degli schiavi). Questo fenomeno ha accompagnato nei loro spostamenti coatti, ad opera delle carovane dei negrieri, gli schiavi. Tra i gruppi di schiavi il vudù ha avuto un importante ruolo di “collante” ricostruendo quell’identità etnico culturale che, la deportazione in altri continenti, invece, tendeva ad annientare. “Il vudù permette ai suoi fedeli di trovare una forma rudimentale di vita collettiva…” (A. Métraux, Il Vodu ad Haiti, p 58). Queste esperienze, una volta esportate dal paese di origine, si riprodussero in forme nuove con il conseguente aumento del numero delle divinità (questi culti, secondo recenti studi si sono riprodotti in forme inconsuete e impreviste a Milano, Berlino, Parigi con un crescente numero di adepti). Un aspetto importante, che è quello che più da vicino ci riguarda, è che molte persone danno al vudù lo stesso significato di un atto di stregoneria; si attribuisce ad esso una valenza negativa rispetto al significato originale (molte ragazze nigeriane hanno subito una atto di vudù che viene interpretato come un vincolo di schiavitù).

F. Couchard in “Identitè culturelle, religion et pratique vauddou en Haiti” sottolinea questo ruolo controverso: il vudù è «pilastro della cultura popolare, ma anche luogo di lacerazioni, di rotture, di scissioni della società ». Quest’interpretazione è lontana, però, da quelli che sono i suoi significati originali. Il vudù ha avuto, infatti, soprattutto un significato di culto religioso, ma insieme ha avuto anche un’applicazione terapeutica e protettiva. Malattie endemiche, sfortuna e disgrazie venivano infatti scongiurate con sacrifici ed offerte e permettevano nel contempo di venire in contatto col soprannaturale. “In Benin le celebrazioni del vudù sono una festa a carattere nazionale (che si celebra ogni anno a gennaio); esistono scuole private riconosciute dallo Stato dove centinaia di bambini vengono istruiti alle pratiche religiose del vudù; sono presenti sacerdoti e luoghi di culto ai quali afferiscono in gran numero postulanti, malati ecc. (E. K. Tall, 1995, “Dynamique des cultes voduns et du Christianisme cèleste au Sud Benin”, Cashiers des Sciences Humaines, 31,4 pp. 797-824). Il rito assumeva, quindi, un valore collettivo. Nella cultura originaria la valenza dei rituali vudù è estremamente positiva: infatti ribadisce una sorta di protezione per i singoli e la comunità nei confronti di una quotidianità contrassegnata dalla durezza delle condizioni di vita.

Al di là dell’aspetto antropologico, e al di là dell’idea occidentale (che attribuisce ai rituali vudù una connotazione negativa) l’uso attuale che le ragazze nigeriane fanno del vudù assume un significato nuovo più individuale, banalizzato, privo di riferimenti alla natura religiosa del culto molto vicino al nostro concetto di rituale magico stregonesco.

Il culto di Mami Wata

Mami Wata è il nome di una delle divinità delle acque, dei fiumi e degli oceani largamente presente, non solo nelle culture del Golfo di Guinea ma di molte regioni dell’Africa subsahariana. Comunque questa divinità viene raffigurata come una sirena bella e curata. Diverse donne nigeriane avviate alla prostituzione in Italia, appartenenti al gruppo etnico Edo e provenienti da Benin City, hanno raccontato di essere state sottoposte a riti di possessione di Mami Wata. Secondo una casistica che ha preso in considerazione diversi soggetti la sintomatologia del culto di Mami Wata si esprimerebbe in sensazione di acqua che scorre lungo la testa ed il collo, in sogni “acquatici” . E’ importante tenere presente che una volta superato l’ostacolo comunicativo tra culture differenti, per le ragazze abbandonare il tradizionale culto per una nuova religione o trascurare i rituali e le attenzioni che la divinità meriterebbe non è un passaggio a costo zero (per lo meno non lo è a livello psicologico). Ci sono conseguenze e contraddizioni che prima o poi andranno affrontate. L’operatore si deve infatti accostare a questo universo con grande cautela proprio per evitare di creare nella ragazza scompensi e fratture difficilmente rimarginabili. Il culto infatti rappresenta un patrimonio di significati e concetti che hanno radici molto profonde pertanto per la ragazza abiurare il culto può simboleggiare una sorta di sacrilegio e compromettere il suo delicato equilibrio psicologico, già fortemente messo alla prova dal tipo di vita che conduce sulla strada. Il culto di Mami Wata si accompagna all’idea di salute o al dono di poter guarire, ma anche ad immagini di ricchezza individuale. Ma il legame con questa divinità è perverso infatti quanto promette in termini di benefici individuali, toglie in termini di rapporti sociali. Queste esperienze di possessione snaturano gli originali rapporti di parentela creando spesso conflitti all’interno della famiglia d’origine, per creare legami con madame. A livello psicologico invece si possono notare nelle ragazze sottoposte a questi vincoli comportamenti definiti “bizzarri”. Per l’operatore è necessario conoscere quest’aspetto della vita delle ragazze tenendo presente che questi elementi e questi legami con questa sorta di mondo parallelo possono anche essere i soli a loro disposizione per comunicare la propria sofferenza e le proprie angosce.

Un’altra vittima della tratta: Franca Abumen legata e strangolata da più persone

Ipotesi di un delitto nel mondo della prostituzione: caccia ai killer fra Terni, Viterbo e Roma

Franca Abumen, la giovane uccisa a Narni

di Fabio Toni

Un delitto che riconduce al mondo, torbido, dello sfruttamento della prostituzione nell’area compresa fra Roma, Viterbo e Terni. Forse un regolamento di conti. È su queste piste che i carabinieri sono al lavoro per dare un nome e un volto all’assassino di Franca Abumen, la giovane di nazionalità nigeriana uccisa nei pressi di Stifone, fra Narni e Nera Montoro.

Le immagini del luogo del delitto

Legata e uccisa Il corpo della donna, appena 27 anni, è stato trovato domenica intorno alle 12. Dalle prime ricostruzioni, sembra sia stata aggredita da più persone che l’avrebbero bloccata, legandole le caviglie, e poi uccisa barbaramente con un cordino nero stretto intorno al collo. I carabinieri di Terni hanno interessato anche i comandi dell’Arma di Roma e Viterbo, per cercare di ricostruire il quadro che ruotava intorno alla giovane, ma anche a quello delle amiche che sabato sera avevano dato l’allarme, non vedendola rientrare. A breve verrà deciso anche il giorno dell’autopsia che verrà eseguita dal dottor Luigi Carlini su disposizione del sostituto procuratore Raffaella Gammarota.

Una vita da clandestina Intanto anche la polizia di Terni ha ricostruito alcuni passaggi relativi al passato della vittima, sulla base dei controlli svolti. Dalla prima identificazione dell’ottobre 2008 da parte dei carabinieri di Amelia, fino all’espulsione perché non in regola con il permesso di soggiorno. Presso il Centro di identificazione e accoglienza di Ponte Galeria, la giovane aveva presentato anche richiesta di asilo. Una domanda inoltrata anche al tribunale di Roma dopo il parere negativo della commissione territoriale. In attesa della decisione, ogni provvedimento di espulsione era stato sospeso.

«I killer non resteranno impuniti» Su Facebook diversi messaggi sulla pagina della ragazza. Alexander Aigbe scrive: «r.i.p. ur killer neve go unpunished» (riposa in pace, i tuoi killer non resteranno impuniti), mentre Osamu Loye: «We miss you r.i.p.» (Ci manchi, riposa in pace)

Violenza legalizzata Pochi giorni prima dell’orribile delitto, durante un convegno organizzato dall’ordine dei medici e dall’associazione donne medico, il comandante del carabinieri della provincia di Terni, Giuseppe Alverone, aveva definito la prostituzione una «violenza legalizzata», sottolineando come di tante denunce e segnalazioni di cittadini giunte in caserma, relative a episodi di prostituzione, nessuna avesse mai avuto come oggetto i clienti o gli sfruttatori. Oggi quelle parole pongono la responsabilità del delitto anche sulle spalle di chi dà linfa e nutre quella che è una forma vera e propria di schiavitù.

Urge un nuovo sforzo per arrestare il traffico di persone e la prostituzione

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Il congresso sul tema La tratta delle persone: la schiavitù moderna, che si è tenuto in Vaticano, è profondamente legato allo sfruttamento sessuale, alla droga e al traffico di organi.

L’incontro ha proposto un nuovo approccio alla prostituzione. “Sant’Agostino riteneva che la prostituzione andasse tollerata come il male minore. Più di recente Benedetto XVI è arrivato alla conclusione che al giorno d’oggi, per come stanno le cose, tutto questo non si può tollerare”. Così si è espresso il presidente della Federazione Internazionale dei Medici Cattolici (FIAMC), Simon Castellvì, in un’intervista a ZENIT. La conferenza “è nata per desiderio dello stesso papa Francesco, che in un manoscritto ci ha chiesto di lavorare sul tema del traffico di persone, in tutta la sua estensione, ed anche sul traffico di organi”. Un solo caso già sarebbe troppo ma qui si parla di milioni di persone abusate… Le Accademie e i medici cattolici possono contribuire informando la Chiesa e il Santo Padre, affinché prendano decisioni operative”.

Il presidente del FIAMC ha poi precisato che durante questo congresso “ci siamo resi conto che il traffico delle persone, soprattutto di donne, va di pari passo al sesso, alla droga, alla violenza mafiosa e alla frode fiscale. È un circolo vizioso e non si possono fare distinzioni. Questo è risultato molto chiaro”.

“Ci è risultato molto chiaro anche – ha aggiunto il medico – e lo ripeteremo ampiamente anche in altre occasioni, che questa tolleranza che finora ha avuto luogo con la prostituzione, deve avere fine. Deve avere fine perché non c’è nessuna donna che, come lavoro, voglia fare la prostituta. Ciò è molto raro. E comunque, dietro una prostituta, c’è sempre qualcuno che ci guadagna economicamente. Ci sono soldi dietro, un oceano di soldi, denaro utilizzato per cose sporche… Quindi la proibizione sarebbe un’ottima cosa. Questo concetto del male minore, per molti secoli in Occidente e altrove, è stato pensato come tolleranza, non come accettazione”.

E qui il presidente della FIAMC ha sottolineato la necessità di un nuovo approccio: “Tra gli esperti, c’è stata unanimità nel pensare che la prostituzione è qualcosa a cui va messo fine. Di fatto poco tempo fa, papa Benedetto XVI chiese all’ambasciatore tedesco la sua proibizione. È noto che Benedetto XVI sia un seguace di Sant’Agostino, che riteneva la prostituzione andasse tollerata come un male minore. Nel frattempo Benedetto XVI era arrivato alla conclusione che oggi, per come stanno le cose, tutto questo non si può tollerare”.

Castellvì ha poi precisato che è indispensabile fare una precisazione: “Durante il congresso abbiamo visto che non bisogna criminalizzare le vittime. Le vittime sono le prostitute, ma lo sono anche le persone che sono state portate da un paese all’altro, per svolgere lavori forzati, quelle a cui vengono ritirati i passaporti. Non bisogna mai criminalizzare la vittima. Va penalizzato il cliente, magari economicamente, che è la maniera più semplice e comprensibile per la gente; ostacola i protettori e il traffico di denaro. Questo sistema ha funzionato con il terrorismo internazionale: seguire il flusso del denaro”.

Interrogato da ZENIT sul caso tedesco, dove la prostituzione è presentata in un quadro di legalità e di tutela della legge, il presidente della FIAMC non mostra dubbi: “Sono forme di sfruttamento, forse più sibilline, ma pur sempre sfruttamento. Come qualcuno ha detto al congresso, nessuno vorrebbe che le proprie figlie studiassero in un’università che insegni loro a prostituirsi. Questo non piacerebbe a nessuno”.

Riguardo alle proposte concrete presentate dai medici cattolici, il dottor Simon Castellvì ha ricordato: “Ad esempio, la presidente dei medici cattolici di Rio de Janeiro e rappresentante dell’America Latina presso la FIAMC, la dottoressa Maria Inez Linhares de Carvalho, ha parlato al congresso della sua esperienza di venticinque anni di assistenza alle prostitute. Le aiuta al reinserimento nel normale contesto civile e lo fa in una maniera curiosa.

È un medico chirurgo estetico e si occupa della ricomposizione delle loro lesioni. Le prostitute sono maltrattate, possono avere una narice rotta o una guancia perforata… Le cura dal punto di vista medico, le tratta con affetto, cerca di aumentare la loro autostima. C’è chi pensa che questo possa essere negativo, perché aumenta il loro prezzo. Però queste donne quando sentono più autostima, hanno più facilità ad uscire da questo mondo. Un mondo che, a Rio, è sotto la dittatura di una droga chiamata crack. Una dose costa un real, che equivale a circa trenta centesimi di euro. Questa droga è una rovina per il cervello, per le famiglie e per le persone… ci sono mafiosi dediti al crack e che sfruttano le favelas. La prostituzione e i furti sono dovuti al crack, per ottenere denaro”.

398 persone. 398 storie. 398 incontri che ci fanno soffrire e gioire (Rapporto 2013 sulla tratta e sfruttamento delle nigeriane)

Sono state incontrate 398 ragazze e donne nigeriane, di queste, ben 310 risultano sfruttate e sotto ricatto di “Maman” (sfruttatrici) o di “Bros” (sfruttatori).

La percentuale è quindi vicina all’ 78%. E’ un numero sorprendentemente in crescita, dovuto probabilmente alle tante ragazze arrivate nel 2011 passando per la Libia che ottenuti il permesso di soggiorno umanitario hanno lasciato i centri di accoglienza per ricongiungersi agli sfruttatori che da tempo le attendevano.

E’ rimasto stabile(circa il 10%) il numero delle donne nigeriane disperate che tornano in strada dopo anni di vita normale. Si tratta di donne senza strumenti culturali, in molti casi analfabete che non riescono a trovare un inserimento stabile nel mondo del lavoro, cui la crisi ha tolto ogni speranza di risalita, senza un supporto formativo mirato.

Continuano ad esserci donne che hanno da poco terminato di pagare il debito agli sfruttatori e non riescono a regolarizzarsi e a fare ingresso nel mercato del lavoro, anche questo numero è destinato ad aumentare, anche se registriamo almeno una decina di donne che hanno deciso di dichiarare fallito il loro progetto migratorio in Europa e fare ritorno in Africa.

Abbiamo notizia di varie ragazze che terminato il debito con gli sfruttatori hanno comunque deciso di andare in altri stati europei: Germania, Inghilterra e paesi nordici le mete preferite.

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Rapporto di ricerca sulla tratta di persone e il grave sfruttamento

TRATTAI principali fattori che spingono le persone a migrare e, in alcuni casi, a cadere vittima di tratta, continuano ad essere principalmente la povertà, la disoccupazione, le discriminazioni di genere ed etniche, le inadeguate politiche di welfare e di sviluppo, le fallimentari o assenti politiche migratorie, i conflitti regionali, il desiderio di emancipazione economica, sociale e culturale, la domanda di forza lavoro non specializzata necessaria a sostenere i cicli produttivi sempre più competitivi della globalizzazione economica. Nella maggior parte dei casi, il percorso migratorio inizia con la scelta volontaria della persona migrante di espatriare, più raramente la partenza è frutto di un atto coercitivo. Il debito contratto con persone terze per avere la possibilità di lasciare il proprio paese diventa un fattore di vulnerabilità decisivo per chi emigra. La necessità di restituire quanto prima il denaro preso in prestito facilita l’invischiamento in situazioni di grave sfruttamento e pone la vittima in condizioni di subordinarietà economica e psicologica nei confronti del proprio sfruttatore o sfruttatrice. In questo contesto, persiste la difficoltà a cogliere le distinzioni e le dinamiche di correlazione tra traffico di migranti e tratta di persone: da una parte, il secondo fenomeno viene confuso con il primo, dall’altra si tende a trascurare il fatto che un percorso iniziato come migrazione irregolare può trasformarsi in sfruttamento e riduzione in schiavitù una volta che la persona è giunta nel paese di destinazione e la condizione di vulnerabilità la porta a cadere in circuiti di assoggettamento.

Quante sono le vittime di tratta in Italia?

A questa domanda non è possibile dare una risposta certa a causa della mancanza di una raccolta dati sistematica da parte delle istituzioni deputate a contrastare il fenomeno e a fornire supporto alle vittime. I dati disponibili non sono aggiornati e riguardano solamente le persone prese in carico dai progetti di protezione sociale o a cui è stato concesso il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Poiché le istituzioni competenti (Dipartimento per le Pari Opportunità, Ministero dell’Interno e Ministero di Giustizia) non hanno sinora implementato un database comune o perlomeno un sistema di condivisione di dati sulla tratta, non è possibile fornire statistiche esaustive sull’estensione del fenomeno e gli ambiti di sfruttamento; le vittime presunte, identificate, prese in carico dai progetti o rimpatriate, così come evidenziato recentemente anche da Eurostat5. Nel corso degli anni, sono state prodotte anche delle stime sul numero di persone trafficate, prevalentemente riguardanti vittime sfruttate nella prostituzione di strada. Tali stime, oltre a non essere aggiornate, presentano numeri molto diversi a causa delle diverse metodiche utilizzate nell’elaborazione dei dati. È qui comunque importante sottolineare che la tratta di persone è un fenomeno di difficile misurazione, tuttavia, una raccolta dati sistematica e coordinata effettuata dalle istituzioni e dagli enti competenti permetterebbe di conoscerne le evoluzioni, nonché di approntare adeguate politiche di assistenza delle vittime, di prevenzione e di contrasto alle organizzazioni criminali.

Nel corso del 2012, attraverso le unità di strada, gli enti partecipanti alla ricerca hanno effettuato 23.878 contatti, di cui 21.491 con donne e ragazze, 781 con uomini e ragazzi e 1.606 con persone transgender. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di persone sfruttate nella prostituzione e, in misura minore, in agricoltura e nell’accattonaggio. Le unità di contatto indoor, numericamente molto inferiori a quelle che operano in strada, hanno invece effettuato 2.936 contatti, di cui 2.617 con donne, 29 con uomini e 290 con persone transgender. Rispetto alla distribuzione territoriale, il 61% delle persone contattate si trovava al Nord, il 25% al Centro e il 14% al Sud e nelle Isole. Per quanto riguarda l’età, continuano ad essere soprattutto le giovani tra i 18 e i 25 anni (più del 50%) ad essere sfruttate nel mercato della prostituzione, mentre le minori sono circa il 4,5%. I paesi di origine principali sono la Nigeria e la Romania, in costante crescita invece il Brasile, il Marocco, la Cina. Si registra infine il ritorno dell’Albania.

Sono cambiati l’organizzazione delle reti e dei singoli criminali e i metodi di reclutamento, controllo e sfruttamento impiegati, con l’evidenziarsi dei seguenti trend: il passaggio da gruppi semi-dilettantistici e poco organizzati a gruppi fortemente organizzati con collegamenti transnazionali e radicati nei paesi di destinazione; il passaggio da forme di controllo coercitive e violente a strategie di sfruttamento basate anche sulla parziale condivisione dei profitti con le vittime; il coinvolgimento di alcune vittime nell’attività di controllo delle persone sfruttate; lo sviluppo della capacità di abbinare la tratta e lo sfruttamento ad altre attività illecite (traffico di migranti, di droga e di armi) e lecite (es. riciclaggio di denaro sporco attraverso attività commerciali regolari); la diversificazione degli ambiti in cui sfruttare contemporaneamente le vittime.

tratto dal 1° Rapporto di ricerca sulla tratta di persone e il grave sfruttamento di Caritas e CNCA

Cosa abbiamo fatto nel 2013 per aiutare le famiglie

Carissimi amici, amiche, volontarie e volontari, sostenitori e simpatizzanti dell’associazione,
il 2013 volge al termine e si può fare un primo bilancio dell’anno.
Con alcuni articoli vorrei rendere conto di quel che si è fatto nelle varie iniziative degli Amici di Lazzaro.
La crisi che avvolge il paese e la nostra Torino, si è fatta sentire in vari modi.
Il più eclatante è nel numero di famiglie e mamme che ci hanno chiesto aiuto, sono sempre di più (quasi 150 nuclei, quasi 500 persone di cui gran parte bambini) e sempre più disperate e sono davvero poche le risorse economiche per aiutarle. Noi siamo un po’ specializzati nelle nigeriane (ex vittime di sfruttamento che negli anni passati abbiamo aiutato a lasciare la strada e che ora hanno perso il lavoro e tante altre ex vittime inviateci dalle altre associazioni antitratta e da assistenti sociali ed enti pubblici) e nelle famiglie povere e anziane dei lunapark (italiani che non hanno più nessuna attrazione per vivere o che comunque sono alla fame vera), con cui siamo in contatto dai tempi in cui facevamo catechismo nelle loro piccole roulotte.
Per aiutarle riceviamo aiuti dal Banco Alimentare, da alcuni supermercati e negozi, dal Sermig e da tanti amici che portano la loro spesa solidale ogni mese per un’altra famiglia.
Abbiamo pagato loro alcune migliaia di euro (il conto esatto lo avremo ai primi di gennaio) di bollette, di affitti, di cure mediche, grazie alle donazioni di tutti voi. Ad esempio una decina di amici hanno donato 60 euro per una anziana malata di tumore a cui mensilmente diamo un piccolo aiuto per integrare la pensione (400 euro) con cui paga affitto e le altre spese.
Molte famiglie hanno avuto la casa popolare o ne hanno fatto richiesta, altre famiglie le abbiamo mandate a scuola e a corsi di riqualificazione. Alcune mamme si sono inventate lavori di vendita di fiori, di scope, di vestiti usati, di oggetti di seconda mano.
A tutte stiamo insegnando a tagliare qualsiasi spesa non indispensabile e vorremmo insegnare loro un po’ di cucina povera per cucinare spendendo poco. Grazie a tantissimi di voi abbiamo anche dato vestiti e scarpe per i bambini e ragazzini/e.
Potete venire anche a conoscere le famiglie al lunedì e venerdì pomeriggio e al martedì e mercoledì mattina e magari invitarle a casa vostra ogni tanto (abbiamo famiglie che abitano insieme perchè non riescono a pagare l’affitto e stanno 8-9 persone in 50 mq).
Vi chiedo quindi di pregare, di condividere queste poche righe e se potete di aiutare come e quando potrete!
Un abbraccio a tutti. Grazie a tutti per esserci vicini.

Paolo

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