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Abolire l’anonimato dei donatori dell’eterologa

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Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Servirebbe una legge che riconosca a chi compie 14 anni il diritto di accedere agli atti relativi alla propria nascita, al fine di conoscere l’identità dei donatori di seme o di ovociti e, nei casi di gestazione per altri, della donna che ha portato avanti la gravidanza.

La legge dovrebbe chiarire che questa tutela discende dal diritto della persona a conoscere le proprie origini e dalla particolare natura della situazione: nel ricorso a pratiche che prevedono l’intervento di donatori o di una gestante, l’allontanamento da una componente biologica della propria origine non è una conseguenza imprevedibile, ma una condizione conosciuta e prevista dagli adulti che hanno fatto ricorso a tali pratiche. Proprio per questo, il diritto del nato a ricostruire la propria storia personale dovrebbe essere tutelato in modo specifico.

Diverso è il caso dell’adozione successiva alla nascita. Qui la separazione dal genitore biologico può derivare da circostanze sopravvenute e non programmate: una gravidanza inattesa, gravi difficoltà socioeconomiche, malattie, lutti o altri eventi tragici che rendano impossibile, temporaneamente o definitivamente, l’accudimento del figlio. In questi casi, la separazione non è stata necessariamente prevista prima della nascita e non può essere assimilata, sotto questo profilo, a una scelta consapevole che comporti sin dall’inizio l’impossibilità di conoscere una componente delle proprie origini.

Una delle principali obiezioni sarebbe che a 14 anni si è ancora troppo giovani per affrontare una questione così importante.

Ma proprio l’adolescenza è una fase nella quale la ricerca delle proprie origini e la costruzione della propria identità assumono un significato particolare. È l’età in cui molti ragazzi iniziano a interrogarsi più profondamente sulla propria storia, sulla propria identità e sul rapporto con i genitori, cercando progressivamente di costruire una personalità autonoma.

È inoltre difficile sostenere, in astratto, che a 14 anni un minore sia sempre incapace di affrontare decisioni importanti. L’ordinamento riconosce infatti, in diversi ambiti, un ruolo crescente alla capacità di discernimento del minore e prevede che alcune questioni particolarmente delicate possano essere affrontate anche attraverso l’intervento dell’autorità giudiziaria minorile.

Il punto, quindi, non dovrebbe essere stabilire se un quattordicenne sia «troppo piccolo» in assoluto, ma se abbia il diritto di conoscere una parte essenziale della propria storia personale. L’accesso agli atti potrebbe naturalmente essere accompagnato da adeguate garanzie e forme di sostegno, senza trasformare il diritto alla conoscenza delle origini in un obbligo a intraprendere rapporti personali con i soggetti individuati.

L’abolizione dell’anonimato dei donatori, in questa prospettiva, rappresenterebbe almeno una forma di riparazione rispetto alla perdita deliberatamente prevista della possibilità di conoscere una componente delle proprie origini biologiche.

Il principio dovrebbe essere semplice: quando la separazione da una componente della propria origine è stata prevista e programmata dagli adulti prima della nascita, il diritto della persona nata a conoscere quella parte della propria storia non dovrebbe essere sacrificato per sempre alle scelte compiute da altri.

Questo non significa equiparare ogni situazione di separazione familiare. Significa distinguere tra una separazione programmata prima della nascita e una separazione determinata, dopo la nascita, da circostanze imprevedibili o da condizioni di necessità.

Paolo Botti

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