“O Morte, dov’è la tua vittoria? », lettera pastorale dei vescovi di Francia ai fedeli cattolici

Foto di Roman Grac da Pixabay

Cari fratelli e sorelle,

“O Morte, dov’è la tua vittoria? » Questa domanda viene dal profondo dei secoli. Nasce dall’impulso di vita depositato in ogni essere umano quando si ribella di fronte alla morte. Perché gli sembra in qualche modo disumano.

Al credente la domanda sembra scaturire da Dio stesso! Dio, infatti, Signore della vita, non può lasciare che la morte inghiottisca la vita: «Dio non ha creato la morte», leggiamo nelle Scritture di Israele[1].

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Per il cristiano la domanda è come una risposta alla nostra preoccupazione, secondo la catechesi dell’apostolo San Paolo sulla risurrezione. Conferma la speranza dei profeti che annunciano che la morte sarà sconfitta:

La morte è stata inghiottita dalla vittoria.
O morte, dov’è la tua vittoria?
O morte, dov’è il tuo pungiglione? (1 Cor 15,54b-55).

L’enigma della morte e della sofferenza

La morte tocca e interroga ognuno di noi. Morte di un parente anziano che muore lentamente. Morte di una persona finalmente guarita da una grave malattia. La morte, così scandalosa, di un bambino, di un giovane o di una persona molto amata, vittima precoce di una malattia, di un’epidemia o di un incidente. Morte causata da un attentato o da una guerra. La morte è lì, inevitabile, spesso con il suo corteo di sofferenza. Spontaneamente possiamo dire che spaventa. Sì, non siamo fatti per la morte!

I vescovi di tutto il mondo riuniti al Concilio Vaticano II hanno osservato: «È di fronte alla morte che l’enigma della condizione umana raggiunge il suo culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dal progressivo decadimento del suo corpo, ma ancor più dal timore della distruzione definitiva. Ed è per una giusta ispirazione del suo cuore che egli rifiuta e rifiuta questa rovina totale e questo fallimento definitivo della sua persona. Il germe di eternità che porta dentro di sé, irriducibile alla sola materia, si ribella alla morte[2]. »

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Gli stessi vescovi affermano inoltre: «La Chiesa crede che Cristo, morto e risorto per tutti, offre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per consentirgli di rispondere alla sua altissima vocazione[3]. »

Pertanto, è rimanendo lucidi riguardo alle proprie paure e riponendo la nostra fede in Gesù morto e risorto, che dobbiamo accogliere la domanda posta all’interno della nostra società: possiamo aiutare attivamente una persona a morire? Si può chiedere a qualcuno di assistere attivamente alla morte? Osando guardare la morte con Gesù, il Cristo, possiamo iniziare una risposta.

“Nostra sorella morte”

Ogni anno, il 2 novembre, la liturgia ci invita a commemorare i fedeli defunti. Durante tutto il mese di novembre preghiamo più intensamente per loro. Questa preghiera a volte ravviva la nostra sofferenza, ribadisce anche la nostra fede piena di speranza: la morte è un passaggio, il passaggio più importante dalla nostra venuta alla vita.

Perché preghiamo per i morti se non perché crediamo che la morte sia un passaggio dalla vita terrena alla vita eterna con Dio? Preghiamo perché vogliamo che i nostri morti conoscano la felicità eterna. Infatti, come sappiamo, l’anima è “spirituale e immortale”[4]” e “il desiderio di felicità si realizza nella visione e nella beatitudine di Dio[5]”. Consideriamo questo passaggio come la “pasqua” definitiva della nostra vita. Questo brano è illuminato dalla Pasqua di Gesù: passò dalla morte alla vita. La sua risurrezione lo attesta pienamente. Per questo san Paolo può affermare: «Se Cristo non è risorto, la vostra fede non ha valore» (1 Cor 15,17).

San Francesco d’Assisi conclude il suo inno alla Creazione osando cantare: “Sia lodato per nostra sorella morte corporale, alla quale nessun uomo vivente può sfuggire. » Anche se la nostra società nasconde la morte e la guarda raramente in faccia, essa è compagna della nostra vita e ci ricorda fraternamente il suo esito. In Gesù Cristo, «primogenito dei morti» (Col 1,18; Ap 1,5), la morte diventa beata. «In Cristo tutti riceveranno la vita», insegna san Paolo (1 Cor 15,22). Questa è la magnifica speranza cristiana.

Parliamo spesso della morte, ogni volta recitiamo l’Ave Maria: «Santa Maria, madre di Dio, prega per noi […] ora e nell’ora della nostra morte. Gli scrittori spirituali dicono che ci sono due giorni importanti nella nostra vita: oggi e il giorno in cui moriamo. Alla luce del Vangelo questi due momenti acquistano una bella densità. Ogni mattina è bello dire al Signore «eccomi», come ha fatto la Beata Vergine Maria nel giorno dell’Annunciazione: «Fiat, avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Anche ogni sera, sulla soglia della notte come sulla soglia della morte, è altrettanto bello dire con il vecchio Simeone, pieno di gioia per l’incontro con il suo Salvatore: «Ora puoi lasciare andare in pace il tuo servo…». (Lc 2,29).

Scienza e fede contro il dolore e la sofferenza

Già nel 1965 il Concilio Vaticano II, fiducioso nel progresso della scienza, rimarcava: «Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utili possano essere, sono impotenti a calmare l’ansia dell’essere umano: perché il prolungamento della vita che la biologia offre non può soddisfare questo desiderio di vita futura, invincibilmente ancorato nel suo cuore [6]. »

Oggi la scienza medica ha fatto progressi. Non solo consente progressi nelle cure, ma è anche sempre più in grado di alleviare il dolore fisico e, talvolta, psicologico. La Chiesa accoglie con favore questo progresso quando «si vuole semplicemente alleviare efficacemente il dolore ricorrendo agli analgesici, che la medicina mette a disposizione[7]». Questo può aiutare ad alleviare la sofferenza esistenziale e anche spirituale.

Lo sviluppo delle cure palliative è un’importante conquista del nostro tempo. Questa cura coniuga, in modo molto fortunato, competenza medica, sostegno umano grazie ad un rapporto di qualità tra équipe sanitaria, paziente e persone care, e rispetto per la persona nel suo insieme, con la sua storia e i suoi desideri, anche spirituali. Grazie a queste cure, le famiglie possono sostenere meglio coloro che, in circostanze dolorose, si avvicinano al grande passaggio della morte. Incoraggiamo la ricerca e lo sviluppo delle cure palliative affinché ogni persona in fase terminale possa trarne beneficio[8], a casa, in un EHPAD o in ospedale. Cari fratelli e sorelle, è bene che ciascuno di voi conosca le cure palliative[9] per sostenere adeguatamente uno dei vostri cari che ne ha bisogno.

In alcuni casi, tuttavia, la sofferenza sembra insopportabile, soprattutto quando i trattamenti sembrano impotenti. Succede anche che una malattia incurabile faccia sprofondare la persona in un’ansia o in un’infelicità alla quale si vuole porre fine. La nostra fede è poi messa alla prova da queste situazioni che sollevano domande legittime.

L’“assistenza attiva al morire” eliminerebbe ovviamente ogni sofferenza, ma andrebbe oltre il divieto che l’umanità trova nel profondo del suo essere e che trova conferma nella Rivelazione di Dio sul monte: “Non uccidere” (Es 20,13; Dt 5,17). . Infliggere la morte per eliminare la sofferenza non è né cura né sostegno: al contrario, è eliminare la persona sofferente e interrompere ogni relazione. Questa è “una grave violazione della Legge di Dio”.[10] Si tratta di una grave trasgressione di un divieto che struttura la nostra vita sociale: le nostre società sono organizzate restringendo qualsiasi attacco alla vita degli altri. Praticare l’“assistenza attiva al morire” è e sarà causa di altre sofferenze, in particolare quella del rimorso e del senso di colpa, che rosicchiano insidiosamente il cuore dell’essere umano che ha accettato di mettere a morte il suo prossimo, finché non incontri la misericordia del Dio vivente.

La scelta della fraternità

La nostra fede ci invita ad un altro atteggiamento: attraverso essa scegliamo l’accompagnamento, nonostante tutto. Ci ispira in questo cammino la fraternità del Buon Samaritano che si prende cura del fratello “mezzo morto” (Lc 10,33-35). La fraternità ci invita ad aiutarci a vicenda per conservare la forza di accompagnare con delicatezza, fedeltà e dolcezza.

Insieme alle équipe sanitarie, possiamo sperimentare questo sostegno con pazienza. L’agonia, cioè gli ultimi istanti di vita, possono essere più o meno lunghi, più o meno tranquilli, più o meno drammatici. La tradizione cristiana conosce diversi gesti per accompagnarla in modo umano, veramente fraterno: i salmi, la preghiera comune, ma anche il fatto di rimanere accanto a una persona alla fine della vita, senza stancarsi.

Il supporto, per alleviare il dolore, può arrivare fino alla sedazione. Questa sedazione è spesso intermittente e deve essere proporzionata. Raramente l’équipe sanitaria può ritenere giusto accogliere la richiesta del paziente di ricevere una sedazione continua fino alla morte o prenderla in considerazione con i propri cari, quando il paziente non può più esprimere i suoi desideri [11]. Non si tratta di provocare la morte ma di alleviare la sofferenza. Queste decisioni, sempre collegiali, devono essere prese in un delicato scambio con i propri cari, in particolare per concedere il più tempo possibile a veri addii.

È bello allora «saper restare», vegliare con chi soffre l’angoscia di morire, «consolare», cioè stare con loro nella solitudine, essere presenza condivisa che apre a speranza[12]. » È bello preparare i malati a vedere Dio. Importante è la presenza del cappellano. Quando è possibile e corrisponde alla situazione religiosa del paziente in fin di vita, la celebrazione dei sacramenti della Riconciliazione, dell’Unzione degli infermi e dell’Eucaristia è un passo molto bello. Non dimentichiamo la comunione ricevuta nel viatico, cioè nel momento del passaggio al Padre: essa è più che mai «seme di vita eterna e forza di risurrezione»[13]. E in ogni caso, la preghiera con un morente, anche quella silenziosa, non ha prezzo per noi che crediamo nella “comunione dei santi”.

Battesimo, fonte di vita

Fratelli e sorelle, prendere in mano la durata della nostra vita, scegliere l’ora della nostra morte, diventare complici, è ritornare all’impegno preso nel nostro santo Battesimo. In Lui ci siamo immersi nella morte e risurrezione di Gesù affinché, come Lui, viviamo una “vita nuova” (cfr Rm 6,3-4). Attraverso il Battesimo siamo purificati e consacrati nello Spirito Santo per offrire, con Gesù, ogni momento donato da Dio durante la nostra vita terrena. La vita nuova dei discepoli di Gesù è quella dell’«amore» (cfr Rm 13,8-10), dell’amore verso Dio e verso il prossimo (cfr Mt 22,36-40). Prepararsi alla morte è, con la grazia di Dio, amare e crescere nell’amore per Dio e per i fratelli. «Alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore», secondo le parole di san Giovanni della Croce che Papa Francesco ama ripetere[14].

Pertanto, il nostro Battesimo è la vera fonte delle nostre “direttive anticipate[15]”, scritte o semplicemente trasmesse oralmente a una “persona di fiducia[16]”. È bene aiutarsi a vivere, avere fiducia gli uni negli altri per essere incoraggiati a vivere fino alla fine con la dignità di figli di Dio.

Ci impegniamo a pensare alle nostre direttive anticipate personali affinché la nostra morte non venga né rubata né imposta a Dio, e vi invitiamo a fare lo stesso. Vogliamo che la nostra morte sia, grazie allo Spirito Santo, grazie alla presenza dei fratelli e delle sorelle, grazie all’accompagnamento della medicina, un passaggio offerto gratuitamente dove consegneremo con gratitudine al Padre nostro che è nei cieli tutto ciò che abbiamo. ci avrà dato. Vogliamo partecipare con suo Figlio, Gesù, all’offerta del mondo ancora sofferente, per la sua salvezza e la gloria di Dio, offrendogli tutto l’amore sperimentato qui sulla terra. Vogliamo che sia nello spirito e nella verità la Pasqua ultima, a immagine e somiglianza della Pasqua di Gesù. Vogliamo che sia un atto di fiducia nella misericordia infinita del nostro Dio, più grande di tutti.

Per fare ciò, comprendiamo il posto essenziale dell’“intenzione” nelle decisioni mediche di fine vita. Si intende alleviare la sofferenza troppo grave risparmiando i momenti ancora da vivere, anche se questo potrebbe abbreviare i giorni del malato? Oppure si tratta di anticipare la morte per porre fine alla sofferenza[17]? Dio dice: “Scegli la vita! » (cfr Dt 30,19). Aiutiamoci a vicenda, ascoltando i consigli dei caregiver, a discernere tra ciò che è dovuto alla cura, all’idratazione e al cibo del paziente, anche se la morte diventa certa, e ciò che potrebbe essere sforzi terapeutici inutili e fonte di sofferenze inutili. ]. Sì, aiutiamoci a discernere le scelte di vita acconsentendo alla morte che viene.

Aiuto attivo per vivere

Le nostre parole forse avranno poco peso di fronte alle opinioni apparentemente dominanti. Molti nostri concittadini, però, di fronte alla questione radicale della morte si chiedono: “O morte, dov’è la tua vittoria? » Vorrebbero tanto che la vittoria fosse per la vita! Il nostro impegno ad essere insieme servitori della vita è la risposta alla chiamata che Gesù ci rivolge proponendo l’atteggiamento del Buon Samaritano: “Va’ e anche tu fai lo stesso” (Lc 10,37).

È indubbiamente necessario interrogarsi sulle modalità di cura personale e collettiva degli anziani, per offrire loro le migliori condizioni per una fine vita dignitosa e un buon approccio alla morte. Sarebbe bene che ci istruissimo a vicenda, che ci amassimo nella verità e, osiamo dirlo, che ci preparassimo, senza paura, a morire bene.

Tutti dovrebbero prepararsi alla malattia e alla morte. Lo facciamo non preoccupandoci, immaginando il peggio, ma imparando ad approfittare di ogni momento per avvicinarci a Dio e agli altri. Chiediamo la grazia di comprendere che essere dipendenti non è un declino: la condizione umana è bella proprio nel fatto che dipendiamo gli uni dagli altri. Ci sono momenti nella vita in cui tutti danno molto, e altri in cui tutti devono ricevere con gratitudine.

Gratitudine e speranza

A coloro che sono al servizio del fine vita delle persone vulnerabili, sia nel breve che nel medio termine, siano essi anziani o meno, siano essi magari giovani o bambini, vogliamo ripetere le parole di San Paolo a conclusione della sua predicazione sulla risurrezione:

«Fratelli miei carissimi, siate saldi, siate irremovibili, partecipate sempre più attivamente all’opera del Signore, perché sapete che nel Signore la vostra fatica non è sprecata» (1 Cor 15,58).

Vi invitiamo a fare vostro questo grande capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi sulla risurrezione di Cristo e sulla risurrezione dei morti. Vi invitiamo a meditarlo mentre preghiamo lo Spirito Santo perché doni alla nostra società la gioia di scegliere la vita, di scegliere un aiuto attivo per vivere e morire bene. Vi affidiamo questa Parola di Dio «perché trabocchiate di speranza» (Rm 15,13).

«Rendiamo grazie a Dio che dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 15,57), esorta san Paolo. Ringraziamo per gli operatori sanitari, gli operatori sanitari, i cappellani ospedalieri e gli EPHAD, per il personale dedicato, i volontari e i gentili visitatori dei nostri genitori e amici nelle strutture sanitarie, e per i fratelli e le sorelle che tengono la mano di coloro che ci lasciano, spesso rimanendo vicino a loro in silenzio. Tutti contribuiscono alla vittoria della pace! Quanti testimoni ci rivelano la fecondità dell’attenzione ai morenti affinché la pace arrivi alla loro anima, e anche al cuore dei loro cari!


Nel corso della nostra assemblea a Lourdes, preghiamo il Signore dei morti e dei vivi perché conceda a tutti e a ciascuno, ai suoi figli e figlie prediletti uniti dal Battesimo a Gesù risorto, a tutti i fratelli e le sorelle in umanità, una crescita nella sapienza e anche nella grazia della “buona morte[21]”. «Per un cristiano – dice Papa Francesco – la buona morte è un’esperienza della misericordia di Dio, che ci è vicino anche in questo ultimo momento della nostra vita. » E aggiunge: «San Giuseppe ci aiuti a vivere nel modo migliore possibile il mistero della morte[22]».

Qui preghiamo il Signore per voi e, soprattutto, per coloro che si trovano ad affrontare una dolorosa fine della vita. Preghiamo, consapevoli di quanto il grande dibattito sul fine vita possa risuonare nel profondo di ciascuno di noi. La Vergine Maria ottenga per tutti il ​​dono nascosto dello Spirito Santo che ci fa discernere la bellezza della vita e la grandezza della fraternità.

A Lourdes, l’8 novembre 2022

I vescovi di Francia.

Fonte: https://eglise.catholique.fr/conference-des-eveques-de-france/textes-et-declarations/531765-o-mort-ou-est-ta-victoire-lettre-pastorale-des-eveques- dalla-francia-ai-fedeli-cattolici/

[1] «Dio non ha fatto la morte, non si rallegra nel vedere morire gli esseri viventi. Li ha creati tutti perché esistessero; ciò che nasce nel mondo è portatore di vita: non esiste veleno che causi la morte. Il potere della Morte non regna sulla terra, perché la giustizia è immortale. » (Sap 1,13-15)

[2] Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 18 §1.

[3] Ibid., n. 10, §2.

[4] Cfr. ibid., n. 14, §2.

[5] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2548.

[6] Ibid., n. 18, §1.

[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Il Vangelo della vita, 25 marzo 1995, n. 65.

[8] La legge del 9 giugno 1999 ritiene che l’accesso alle cure palliative sia un diritto di ogni cittadino. L’ultimo Parere del Comitato Etico Consultivo Nazionale riconosce che ciò non è ancora vero per tutti i pazienti e pone lo sviluppo delle cure palliative come requisito prioritario per possibili sviluppi legislativi (Parere 139, 30 giugno 2022).

[9] È possibile visitare il sito web della Società francese di sostegno e di cure palliative (SFAP).

[10] Cfr Giovanni Paolo II, Enciclica Il Vangelo della vita, 25 marzo 1995, n. 65.

[11] Lo prevede la cosiddetta legge Clayes-Léonetti del 2 febbraio 2016.

[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Samaritanus Bonus, V §1.

[13] Sacramenti per gli infermi, n. 144.

[14] Cfr., ad esempio, Bolla di indizione, Misericordiae Vultus, n° 15. Cfr. la citazione di san Giovanni della Croce (1542-1591), nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1022.

[15] Previsto dalla legge del 22 aprile 2005, articolo 7.

[16] Designazione della “persona di fiducia” prevista dalla legge del 4 marzo 2002 e specificata nella legge del 22 aprile 2005, articolo 8: “Il parere di quest’ultima, salvo il caso di urgenza o di impossibilità, ha la precedenza su ogni altro parere non medico, escluse le direttive anticipate, nelle decisioni di accertamento, intervento o cura prese dal medico. »

[17] L’intenzione è «elemento essenziale» per discernere la bontà morale di un atto umano (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1752). Giovanni Paolo II, al n. 65 della sua enciclica Il Vangelo della vita, scrive: «Per eutanasia in senso stretto si deve intendere un’azione o un’omissione che, in sé e con l’intenzione, provoca la morte per eliminare così ogni dolore. L’eutanasia è quindi al livello delle intenzioni e dei processi utilizzati. »

[18] San Giovanni Paolo II conferma la possibilità morale di rifiutare l’accanimento terapeutico (Il Vangelo della vita, n. 65). La Congregazione per la Dottrina della Fede evoca «l’obbligo morale di escludere l’accanimento terapeutico» (Lettera Samaritanus Bonus del 25 giugno 2020, V § 2. La legge civile detta Léonetti del 22 aprile 2005 lo vieta.

[19] In tema di autonomia Giovanni Paolo II, n. 64 del Vangelo della vita, scrive: «Rifiutando o dimenticando il suo rapporto fondamentale con Dio, l’uomo pensa di essere criterio e modello per se stesso, e si ritiene anche in diritto di chiedere alla società la garanzia della possibilità e dei mezzi decidere della propria vita in piena e totale autonomia. Sono soprattutto gli uomini nei paesi sviluppati a comportarsi in questo modo; si sente portato a questo atteggiamento dal costante progresso della medicina e dalle sue tecniche sempre più avanzate. […] In questo contesto diventa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè la tentazione di farsi padroni della morte provocandola in anticipo e ponendo così fine “dolcemente” alla propria vita o a quella degli altri. »

[20] Cfr Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, n. 71. Prendetevi il tempo di leggere l’ammirevole secondo capitolo “Uno straniero in cammino” di questa enciclica di Papa Francesco, Fratelli

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