L’abolizionismo della prostituzione

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

L’abolizionismo è un movimento trasversale che si sta diffondendo in molte nazioni del mondo.
Raccoglie uomini e donne, associazioni laiche e religiose, di ogni affiliazione politica.
L’abolizionismo  ritiene che la prostituzione sia una forma di sfruttamento e violenza e sia incompatibile con i diritti umani e con la parità tra uomo e donna.

Riteniamo che sia giunto il momento di abolire la prostituzione, non in base a un giudizio morale o stereotipi sulla sessualità, ma per una difesa dei diritti umani e della dignità umana.

Nella prostituzione i ruoli sono definiti in maniera netta, perchè il 99% dei compratori di prestazioni sessuali è un uomo e gran parte delle persone prostituite sono donne.
Possiamo affermare senza dubbi che le donne sono vittime di prostituzione, ecco perchè e piu’ corretto chiamarle donne prostituITE.
Non a caso nel mondo anglosassone (UK e USA), le donne uscite dalla prostituzione vengono chiamate survivor: “sopravvissute” alla prostituzione, vive nonostante la prostituzione.
Riteniamo che la prostituzione sia dannosa e inaccettabile per qualsiasi persona sia coinvolta.

La parola abolizionismo è stata utilizzata per secoli in riferimento alla schiavitù e solo recente riguardo alla prostituzione, ma non è sbagliato accostarle. Sia perchè molte donne sono vittime di tratta sia perchè anche quando non vi è una rete di tratta, vi sono persone che hanno in mano la vita delle donne sia perchè sono pseudo fidanzati, sia perchè impediscono in tutti i modi alla donne di lasciare la prostituzione

Dice una grande studiosa del fenomeno:
“Secondo molti studi […] la schiavitù e la prostituzione gestita da papponi sono la medesima condizione vista dalla prospettiva rispettivamente della persona schiavizzata e di quella prostituita. Gli abusi di potere nella prostituzione e nella schiavitù […] sono profonde ingiustizie sociali causa di grandi danni. Gli stessi argomenti alla base dell’abolizione della schiavitù sono per questo utilizzati anche a sostegno dell’abolizione della prostituzione. I papponi e i trafficanti sono parimenti commercianti che possiedono e schiavizzano esseri umani. I compratori di sesso le acquistano sfruttandole e abusandone” (Melissa Farley)

Le statistiche mostrano che quasi sempre la prostituzione non è una scelta libera, consapevole, ma è presa da persone, al 99% donne, in condizioni di vita disagiata e con spesso piu’ di una condizione di svantaggio economico sociale
Gran parte delle donne si prostituiscono perchè costrette, per disperazione economica, perchè sotto sfruttamento di pseudo fidanzati, con la presenza di varie condizioni di fragilità sociale.

La ‘libertà di scelta’ di prostituirsi viene invocata spesso a sproposito, mascherando l’indigenza grave, condizioni di sudditanza a uomini o gruppi criminali, o situazioni di sofferenza sociale o psichica, come abusi sessuali o sfruttamento minorile subito in precedenza.
Dai dati concreti è evidente che la classe sociale di provenienza di chi si prostituisce è molto bassa, con prevalenza extraeuropea e di minoranze etniche povere.

Il compito di ogni società e istituzione non è normare la condizione di fragilità di chi si prostituisce ma combattere le cause che portano ragazze e donne a vendere rapporti sessuali a pagamento.

Nella prostituzione le donne si trovano a fare sesso con uomini con cui non l’avrebbero mai fatto. I soldi non sono, quindi, misura di espressione del consenso, ma uno strumento di forza, al pari della violenza fisica nello stupro.

Purtroppo si tenta da alcune lobby di far accettare la prostituzione come un diritto umano tramite la errata definizione di ‘sex work’ paragonandola alla libertà personale di avere qualsiasi comportamento sessuale.

Nella prostituzione il compratore fa sesso con una donna che non ne trae alcun piacere e che forse sta affrontando un enorme sforzo psicologico per dissociarsi mentalmente dal compratore e dall’atto. Non è un atto sessuale equo e reciproco, poiché pone la donna in una posizione di subordinazione, riducendola ad un mero strumento di piacere sessuale del compratore.

Vi è un evidente sbilanciamento di potere tra il compratore e la donna prostituita, che rende tale atto simile allo stupro: una sessualità completamente controllata dall’uomo (il compratore, paragonato allo stupratore), che ignora i desideri, il benessere fisico o le sofferenze emotive della vittima. L’unica differenza è che nella prostituzione questa interazione è ‘ricompensata’ economicamente.

Non a caso vi sono delle sopravvissute (survivor della prostituzione) che affermano che la prostituzione sia una sorta di stupro a pagamento.

La prostituzione non è dannosa solo per le donne prostituite, ma per l’intera società, poiché rafforza l’idea per cui le donne siano oggetti sessuali che possano essere acquistate e usate esclusivamente per la gratificazione sessuale dei clienti.

La normalizzazione di tali incontri sessuali a senso unico influisce negativamente il modo in cui gli uomini si relazionano con le donne ed è stato dimostrato che contribuisce ad accrescere la violenza contro le donne. In Nuova Zelanda, dove la prostituzione è stata decriminalizzata nel 2003, si è assistito a livello nazionale ad un calo complessivo del tasso di criminalità, ma ad una crescita della violenza domestica e degli stupri.[2] 

Melissa Farley sostiene che l’alto tasso di stupri in Nevada è legato alla prostituzione legale, poiché il Nevada è l’unico stato americano in cui i bordelli sono legali ed ha il più alto tasso di stupri in confronto agli altri Stati americani[3]. “Il tasso di stupri in Nevada è più alto della media americana e molto più alto del tasso in California, New York e New Jersey. Perché? La prostituzione legale in Nevada crea un’atmosfera in cui le donne non sono considerate esseri umani come gli altri, non sono rispettate dagli uomini, quindi pone le basi perché aumenti la violenza contro le donne”[4].

Finché esiste la prostituzione, una reale uguaglianza di genere non può mai essere raggiunta.

Violenza contro le donne

L’industria del sesso presenta tassi di violenza contro le donne estremamente alti, molto più elevati che nella società in generale. Uno studio rappresentativo ha mostrato che l’82% delle intervistate è stato fisicamente abusato da quando è entrato in prostituzione, il 55% di questi da compratori. In aggiunta, l’80%, mentre era in prostituzione, è stato fisicamente minacciato, l’83% con un’arma. L’8% ha denunciato aggressioni fisiche da parte di papponi e compratori di natura tale da comportare gravi lesioni, per esempio ferite da arma da fuoco e da taglio. Il 68% ha riportato di essere stato stuprato da quando era in prostituzione, il 48% per più di cinque volte, e il 46% ha riportato stupri commessi dai compratori. Infine, il 49% ha riferito che la pornografia era praticata da quelle che erano in prostituzione e il 32% era rimasto molto sconvolto dal tentativo di far fare loro ciò che i compratori avevano visto nella pornografia[5].

Le donne in prostituzione sono spesso già vittime di violenza contro le donne. La prevalenza di abusi sessuali nell’infanzia e la cronica traumatizzazione tra le donne prostituite sono state documentate da studi che mostrano che tra il 60% e il 90% di loro hanno subito abusi sessuali nell’infanzia[6].

Il 90% di donne, secondo uno studio, è stato “fisicamente maltrattato nella sua infanzia; il 74% è stato abusato sessualmente all’interno della sua famiglia – con un 50% che ha subito abusi sessuali anche da qualcuno fuori dalla famiglia”. “Di 123 sopravvissute alla prostituzione presso il Council for Prostitution Alternatives di Portland – l’85% ha riportato storie di incesto, il 90% di abuso fisico e il 98% di violenza emotiva”.

Al di là dei casi individuali di violenza o delle storie di violenza subite da gran parte delle donne in prostituzione, la prostituzione stessa è una forma di violenza che l’uomo esercita contro la donna. Come spiega l’attivista, scrittrice e sopravvissuta Rachel Moran, la maggior parte delle persone comprende la violenza inerente alla prostituzione ad un ‘livello sensoriale’. Ci chiede di immaginarci seduti ad un caffé o in un pub e di guardare intorno tutti i clienti uomini, immaginando uno qualsiasi di loro o tutti come un potenziale compratore di sesso a cui sia permesso, a prescindere dalla sua età, dal suo fascino, dalle preferenze sessuali, dall’igiene personale o da qualsiasi altro attributo, toccare il nostro corpo e compiere un qualsiasi atto sessuale che lui desideri ‘con’ noi. Questa è la realtà della prostituzione: la penetrazione e la violazione dei corpi delle donne da parte degli uomini, di ogni genere immaginabile e a prescindere dai desideri delle donne. L’obiezione potrebbe essere che le donne in prostituzione hanno la capacità di scegliere i loro ‘clienti’, ma la realtà è che la grande maggioranza delle donne prostituite non è nella posizione per farlo, a causa di situazioni di disuguaglianza, povertà, costrizione, forza o altri fattori che rafforzano queste situazioni. Proprio come il caffé o il bar, in cui ti sei immaginato dentro, non è in grado di scegliere i clienti che varcano le sue porte, così la donna prostituita non può scegliere i compratori che pagano per realizzare i loro desideri sessuali.

Per un’analisi dettagliata dei rischi connessi alla prostituzione, vedi la ricerca condotta da Melissa Farley Risks of Prostitution: When the Person Is the Product (Rischi della Prostituzione: Quando la Persona È il Prodotto).

Razza e Classe nella prostituzione
L’approccio alla prostituzione deve essere intersezionale, riconoscendo cioè che la prostituzione sia il frutto di molteplici forme di potere sociale oppressivo, non solo del sessismo contro le donne. Sigma Huda, nel suo rapporto per la Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, ha detto:

Per definizione l’atto della prostituzione mette insieme due forme di potere sociale (sesso e soldi). In entrambe le sfere (sessualità ed economia) gli uomini detengono un evidente e sistematico potere sulle donne. In prostituzione, queste disparità di potere sono mescolate in un atto che attribuisce e riafferma lo status sociale dominante degli uomini su quello subordinato delle donne.”[7]

La prostituzione è il sintomo della relativa mancanza di risorse economiche per le donne. La globalizzazione e il neoliberalismo hanno aggravato le già diseguali relazioni economiche, accrescendo la domanda globale di manodopera a basso costo e prostituzione. Unito alla discriminazione di genere negli stipendi e nella tipologia di lavoro, alle molestie sessuali sul luogo di lavoro e ad un onere eccessivo sulla cura dei figli, degli anziani e degli ammalati, le donne vivono un significativo svantaggio nell’attuale struttura economica. La povertà è il fattore di ‘spinta’ maggiore che rende le donne vulnerabili ed esposte alla prostituzione come mezzo di sussistenza.

Inoltre, il razzismo determina l’ingresso in prostituzione delle donne, sia perché rende le donne più vulnerabili alla prostituzione sia perché i compratori richiedono le donne con specifici tratti somatici. “In un mondo che continua a mantenere i tratti della supremazia bianca e del predominio maschile, le donne che subiscono oppressioni a causa di ragioni razziali, nazionalità, ceto sociale e /o colore, sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento sessuale. Gli utilizzatori delle prostitute spesso abusano di questa vulnerabilità e, così facendo, anche della loro posizione sociale più forte sulle persone trafficate”[7]. Inoltre, la sessualizzazione, attraverso la pornografia in particolare, di donne nere e asiatiche come iper-sessualizzate e sottomesse o più disponibili a prostituirsi, rafforza la domanda di donne con caratteri somatici particolari. Alcuni compratori cercano attivamente donne prostituite e bambini di diversa nazionalità, razza o gruppo etnico con lo scopo di sfruttare tali differenze di potere”, impegnandosi in “una forma di razzismo altamente sessualizzata”[7].

Le donne indigene nel mondo sono più spesso di altre oggetto di prostituzione. In Canada, Nuova Zelanda, Messico e Taiwan, gli studi mostrano che le donne indigene sono alla base della gerarchia sociale e di razza nella prostituzione, spesso sottoposte alle peggiori condizioni, alle richieste più violente e vendute a prezzi bassissimi. È abbastanza comune che nella prostituzione le donne indigene siano sovra-rappresentate se comparate al totale della popolazione. Ciò è il risultato della combinazione di fattori quali il colonialismo, lo spostamento fisico dalle terre ancestrali, la distruzione dell’ordine sociale e culturale indigeno, la misoginia, la globalizzazione/il neoliberalismo, la discriminazione di razza e livelli di violenza estremamente elevati perpetrati contro di loro.[8]

Effetti sulle donne prostituite
La prostituzione è una pratica che produce seri effetti negativi a lungo termine sulle persone coinvolte nella vendita di atti sessuali, quali trauma, stress, depressione, ansia, automedicazione attraverso l’uso di alcool e droga, disturbi alimentari ed un più alto rischio di autolesionismo e suicidio. Ciò è il risultato della sua natura legata allo sfruttamento, che coinvolge (in gran parte dei casi) una donna che compie atti sessuali con uomini dai quali non è attratta, e che espone regolarmente le donne a violenza psicologica, fisica e sessuale. Diversi studi[9] hanno mostrato che il rischio che si sviluppino disordini da stress post traumatico è più alto in prostituzione che in guerra.

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