Un’epoca della scuola italiana è morta, è tempo di rinascere

Foto di Martine da Pixabay

Mi è arrivata per questa riflessione fatta da un insegnante di una scuola superiore della periferia di Torino. Mi sono piaciute soprattutto le proposte concrete e attente agli studenti e alla crescita della scuola. Anche chi non fosse d’accordo su tutto il contenuto puo’ trarre qualche spunto per crescere e migliorare.
Paolo Botti



Professore: “Ecco la situazione: siete morti. Voglio che scriviate un saggio dettagliato ma breve su …”
Allievo: “Ehi coglione ti ho fatto una cazzo di domanda!”
Professore: “… su quello che un vostro caro amico o un genitore potrebbe dire al vostro funerale. Avete 30 minuti”.
Allievo (si avvicina minaccioso alla cattedra): “Sei sordo? Ti ho fatto una cazzo di domanda”. (L’allievo prende la
borsa del professore e la sbatte con violenza contro la parete della classe)
Professore (sorridendo): “Qualcos’altro?”
Allievo: “Non mi rompere il cazzo sennò ti faccio ingoiare le palle, ricevuto?”
Professore: “Quella borsa non ha sentimenti, è vuota, è una cosa. Io non ho sentimenti che puoi urtare, mi spiego?
Io la conosco la tua rabbia, mi sono sentito come ti senti tu, ok? Ma non hai ragione di essere arrabbiato con me, perché
sono una delle poche persone che sta cercando di offrirti un’opportunità.
Perciò ti chiedo di andare a sederti e fare del tuo meglio”.
Dal film Detachment – Il distacco di Tony Kaye, 2011, con Adrien Brody.


Parto da un assunto che non ho il tempo di dimostrare, ma, come mi insegnano i nostri professori di matematica, ogni scienza utilizza assiomi indimostrabili.

La scuola italiana, come l’hanno conosciuta le generazioni nate dagli anni ’60 agli anni ’90, è finita, morta, kaputt! È stata una lunga agonia, ognuno può avere la sua data per i primi rantoli, per me 55 anni fa, ma si possono trovare anche altre date.

Morta la scuola gentiliana, odiata e amata, mortissima la scuola media riformata nel 1962, morta la scuola secondaria superiore semper reformanda, mai riformata davvero, stravolta da un obbligo elevato a 16 e di fatto 18 anni, con il 99% dei diplomati alla maturità: è stato così stravolto l’intento molto selettivo delle origini per creare una classe dirigente e lavorativa seria e ben inquadrata.

Questa scuola ha prodotto buoni risultati e ha raggiunto il suo apogeo con il boom economico degli anni ’60. Si è tentato di sostituire un modello che, pur con molti limiti, ha funzionato, con altri modelli, meno selettivi, per andare incontro alla giusta alfabetizzazione delle masse.

Noi tutti abbiamo goduto di questa nuova scuola, moderatamente selettiva, ma dentro la quale, a poco a poco, è stato inserito il tarlo del mito dell’inclusività a tutti i costi (l’inclusività è un valore buono, la mitologia che si è costruita attorno no) che ha portato ad avere una delle scuole più classiste della storia italiana, perché alla fine arrivano quasi tutti, ma troveranno lavoro soprattutto quelli che hanno una famiglia più o meno benestante, che hanno ottenuto il diploma spesso facendo il minimo sforzo, perché tanto papà mi trova il lavoro, male che vada me ne sto a casa, tanto i genitori mi mantengono. Gli altri, usciti da una scuola mediocre, hanno una preparazione mediocre e quindi molta difficoltà a trovare lavoro.

Tante ricerche scientifiche dicono questo, la più recente è quella del sociologo Luca Ricolfi: “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”.

Dopo la morte della scuola novecentesca e la sua agonia protratta nei primi anni del nuovo millennio, spesso annunciata e desiderata a partire dagli anni ’70, non si è riusciti a proporre modelli di scuola altrettanto efficaci, soddisfacenti per i risultati e per il lavoro dello stesso insegnante e l’istituzione scolastica statale si è trascinata stancamente fino al periodo Covid che ha dato il colpo finale.

Le aule vuote durante la pandemia, la scuola virtuale e tutto quello che ben conosciamo hanno segnato la fine di quella scuola.

Io credo che se non partiamo da tale consapevolezza, non saremo in grado di costruire nulla di nuovo.

Tutto è cambiato a livello di didattica, di relazione con gli allievi e tra gli allievi stessi, relazione con le famiglie…

Forse è meglio dire che la pandemia ha rivelato definitivamente, in modo traumatico, che tutto era già cambiato, ma molti di noi cercavano di far finta di niente.

E ora punto a capo.

Se non riusciamo a mettere un punto a capo, continueremo a combattere da soli, com’è tipico degli insegnanti, una battaglia che non c’è più, continueremo a combattere contro i mulini a vento, sensazione che molti di noi hanno quando si lamentano con i colleghi al bar (non più in sala professori, anche quella è morta).

Come rinascere dunque? Perché io sono convinto che si possa rinascere, grazie al meglio del passato con qualche innovazione ben scelta. Banale a dirsi, certo, meno semplice capire cosa salvare del passato.

Cosa prendiamo di buono dal nostro passato (dico a noi dai 40 in su)? Cosa ci portate voi nuovi ventenni e trentenni?

La risposta per me è ovvia, semplice, forse per questo la meno praticata: dobbiamo parlarci, incontrarci. Sistematicamente, in modo organizzato, con riunioni ben preparate.

Bisogna darsi un metodo di lavoro più efficace, davvero democratico, perché la nostra scuola italiana è così morta che non è nemmeno più democratica, a partire dal collegio docenti, il luogo meno democratico che possa esistere, fino ai consigli di classe degli allievi, di solito incapaci di gestirli, e all’estinzione dei rappresentanti di classe dei genitori.

Faccio 9 proposte piuttosto semplici da attuare, anche subito se vogliamo, con un po’ di buona volontà e con la convinzione che non serve a nulla lamentarsi di ciò che non possiamo cambiare o che comunque richiede una forza (politica, sindacale, ideale) che probabilmente ora non abbiamo, mentre possiamo iniziare a modificare qualcosa di noi stessi, del nostro comportamento, del nostro atteggiamento di insegnanti verso quegli allievi che siamo chiamati a servire.

1) I dipartimenti siano luoghi in cui si discute di didattica e si progettano prove comuni, almeno due all’anno.
2) Facciamo più Consigli di classe, in varie modalità e tempistiche (in presenza, online, di mezz’ora, un’ora, 10 minuti…), almeno una volta al mese, purché ci si parli e ci si prenda cura di ciò che stanno vivendo i nostri allievi.
3) Rendiamo visibili a tutti i voti dei colleghi, in modo trasparente e condiviso, in tempo reale, in modo che, se entro in classe e quell’allievo ha già preso 4, magari evito di interrogarlo e non faccio qualche battuta che può ancor di più innervosirlo.
4) Al di là di tutor e tutto il resto, in ciascun Consiglio di Classe ogni docente si faccia carico di 3/4, parlando con loro spesso, chiedendo come stanno, ogni tanto.
5) Ripensiamo la didattica, insieme ai colleghi, condividendo verifiche, temi, cercando l’interdisciplinarità e la compresenza. Per riprendere a fare questo seriamente, chi non è impegnato agli esami, cominci a progettare a giugno e poi, tutti insieme a settembre, nelle prime due settimane, veniamo a scuola tutti i giorni, sempre per concludere la progettazione iniziata a giugno, come d’altronde si fa in tante scuole medie statali e non statali.
6) Facciamo formazione insieme, non soltanto singolarmente, formazione su metodi didattici per gruppi di insegnanti, come aveva fatto molto bene un collega qualche anno fa, aiutandoci a capire che ogni metodo è guidato da una filosofia di fondo, lui ci aveva presentato quella costruttivista, che a me non piace particolarmente, ma comunque c’è del buono e lui ce l’aveva spiegato bene, facendo acquistare anche strumenti coerenti con quella logica didattica di fondo.
7) Dovremmo quindi incontrarci anche per decidere quali idee pedagogiche anzitutto (smartphone, IA, metaverso sì o no? Quando? Come? Perché?) e poi didattiche, dovrebbero guidare gli acquisti del PNRR. Quale visione pedagogica ci guida per fare buoni acquisti, cioè cosa ciascuno di noi davvero utilizzerà nei prossimi anni nella nostra scuola, fregandocene anche un po’ dei tempi dettati dal Ministero, perché in un’Italia dove le proroghe sono all’ordine del giorno, ossessionarsi per i tempi dettati dal cattivo Ministero mi sembra preoccupazione eccessiva… Inoltre noi chiediamo tempo per non sprecare i soldi, il ministero dovrebbe essere contento.
8) Per quanto riguarda la disciplina, bisogna fare come ha fatto il collega: non lasciare passare nulla, andare a prendere l’allievo in classe, dargli la nota ed erogare una sanzione, certo adeguata all’età e alla gravità del gesto, ma bisogna farlo subito, in modo informale (richiamo, compito di punizione, telefonata ai genitori, ecc…) e in modo più formale (nota, sospensione). Se davvero vogliamo essere efficaci dobbiamo farlo sempre, tutti, solo questo è il segreto, farlo sempre, tutti. Sapendo discernere quando l’atto è grave e va sanzionato, e quando invece si può sorridere, prendere in giro l’allievo, calmarlo con una pacca sulle spalle. Se uno non ce la fa, si fa aiutare dai colleghi per cercare un dialogo con l’allievo rompiscatole o antipatico, oppure chiede aiuto alla psicologa della scuola o ancora agli educatori che, sempre di più, danno un contributo significativo al nostro lavoro.
9) Infine guardate il film “The Detachment – Il Distacco” con A. Brody, attore de “Il Pianista”, professore supplente di italiano, modello diverso rispetto al prof. Keating de “L’Attimo Fuggente” (1989), film mito per molti della mia generazione, me compreso, film ruffiano, visto oggi, educativamente fallimentare. Il prof. interpretato da Brody invece è un antieroe talmente disincantato che non vuole nemmeno il posto fisso, preferisce fare il supplente, cambiare sempre per non restare irretito da logiche istituzionali malate. Fa quello che può, senza grandi proclami, consapevole dei propri limiti. Inoltre sbaglia in certi casi, manca di prudenza probabilmente. Però ama i suoi allievi e dà tutto se stesso, nel tempo e nello spazio che gli è concesso. Guardatelo e poi ne riparliamo in un prossimo collegio docenti dove potremmo fare un bel mega cineforum per imparare a guardarci allo specchio.



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